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Van Langenhove condannato per “discorsi d’odio”. Siamo tutti in pericolo – Il Tempo


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Federico Punzi

Parlare delle conseguenze disastrose dell’immigrazione di massa è reato di «hate speech» (discorso d’odio) in Europa. Persino se lo fate sulla base di dati e fatti reali, provati. Non è il primo caso, ma la seconda condanna dell’attivista belga pro-remigrazione Dries Van Langenhove per violazione della legge anti-razzismo è forse il più sonoro allarme per la libertà di parola nel nostro Continente. Il fatto incriminato risale al febbraio 2024, quando Van Langenhove ha tenuto una conferenza presso l’Università Cattolica di Leuven illustrando semplicemente la sua tesi, ovvero stabilendo un rapporto di causa-effetto tra l’immigrazione di massa e il generale deterioramento della qualità della vita nelle nostre città. Dall’aumento del crimine e della violenza, alla carenza di alloggi e all’abbassamento degli standard educativi, una gran parte dei problemi sociali sono dovuti all’immigrazione di massa. Una tesi discutibile quanto si vuole, ma legittima e peraltro sostenuta da molte forze politiche, anche moderate e maggioritarie. L’aspetto più surreale è che la corte belga ha persino ammesso che l’attivista non ha citato dati falsi, non ha diffuso fake news per diffamare e far odiare i migranti. Ma non importa, perché anche la verità può «incitare all’odio». Il giudice lo scrive nero su bianco nella sua sentenza: «Anche se tutte le affermazioni fatte da Van Langenhove sono basate su evidenze scientifiche e statistiche, questo non fa differenza per l’intento criminale. Van Langenhove non è accusato di diffondere informazioni false. È accusato di presentare fatti in un modo che incita all’odio contro persone protette ai sensi di uno o più dei criteri della Legge Anti-razzismo». Peggio: per giustificare la condanna «non è necessario che abbia incitato a concreti atti di odio o violenza. È sufficiente che altri siano incitati ad assumere un atteggiamento generale di intolleranza o disapprovazione riguardo a un gruppo protetto ai sensi della Legge Anti-razzismo». Quindi, si può essere condannati per affermazioni fattualmente corrette ma politicamente scorrette, anche se non hai incitato concreti atti di odio, ma semplicemente perché le tue affermazioni – pur vere – vengono ritenute da un giudice idonee a provocare in altri un generico senso di «disapprovazione» per un gruppo protetto. Non potrebbe esserci fattispecie di reato più confusa, discrezionale, politica. Un’accusa da cui non ci si può difendere. Per essere chiari, secondo questo criterio sarebbe incriminabile anche chi facesse notare che gli immigrati in Italia costituiscono circa il 9% della popolazione residente ma circa un terzo dei detenuti. «Questo significa letteralmente che qualsiasi critica all’immigrazione di massa è ora un reato punibile. Se citi una statistica, e qualcuno potrebbe potenzialmente pensare peggio di un gruppo protetto (come i migranti) a causa di essa, puoi essere imprigionato», commenta Van Langenhove, che ha un altro processo in arrivo a settembre, una dozzina di indagini penali in corso per «discorso d’odio», e ha già sostenuto più di 420 mila euro di spese legali. Oggi solo per una formalità tecnica non si trova in carcere. Una sentenza autenticamente orwelliana. Viene criminalizzata non solo la verità, ma anche un «modo di presentare i fatti». Viene criminalizzato il dibattito pubblico tra opinioni supportate da fatti, cioè esattamente il cuore del free speech. Il paradosso sta anche in un razzismo al contrario. Un’affermazione falsa che può generare «disapprovazione» nei confronti della popolazione «bianca» è legale, mentre un’affermazione vera che può generare disapprovazione nei confronti di una minoranza protetta dalla legge viene punita con il carcere. Alla luce di casi come questo, purtroppo in aumento, provate a rileggere le critiche trumpiane all’Europa che hanno indignato e scioccato le élites europee e il commantariato eurolirico. Riflettete sull’allarme del vicepresidente J.D. Vance per «l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali». La minaccia di censura social, gli arresti sempre più frequenti per i cosiddetti «discorsi d’odio»: «In Gran Bretagna e in tutta Europa, temo, la libertà di parola è in ritirata», avvertiva Vance, ammonendo che «non dovremmo avere paura del nostro popolo, anche quando esprime opinioni in disaccordo con la sua leadership». E ripensate al rischio di «cancellazione di civiltà» evocato da Washington. Forse è l’Europa, non l’America dell’odiato Trump, che si sta allontanando dai valori condivisi.




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