Basilicata

Un prestanome indiano per schermare il tesoro dei Grande Aracri

La nuova inchiesta della Dda svela presunti legami tra l’avvocato catanzarese Mellea e il clan Grande Aracri, il ruolo del prestanome indiano


CUTRO – Un atto notarile definito “spettacolare”, un operaio di origini indiane catapultato ad amministratore e titolare di una srl per finta, e una cascata di beni — cantieri, case e terreni — parcheggiati alla madre con un contratto di comodato per eludere le misure di prevenzione antimafia. È il manuale d’ingegneria criminale firmato dall’avvocato catanzarese Gennaro Pierino Mellea per blindare il patrimonio della famiglia Lerose di Cutro, così come emerge dalle carte dell’inchiesta della Guardia di finanza e della Dda di Catanzaro che svelano le trame economiche e i legami organici con la cosca Grande Aracri.

L’atto notarile “spettacolare”

Nelle intercettazioni agli atti, il professionista descrive senza filtri la geometria fraudolenta architettata per sterilizzare i rischi di confisca. Al centro c’è la Costruzioni Calcestruzzi e Inerti F.L.G. S.r.l., formalmente intestata a Sing Surjit, un dipendente indiano privo di qualsiasi potere decisionale. La regia prevedeva che la titolarità dei beni aziendali fosse girata a Elisabetta Oliverio (madre dei Lerose), la quale poi, tramite un contratto di comodato d’uso definito dallo stesso legale «spettacolare», li concedeva alla s.r.l. Un espediente a tempo determinato, con la società operativa pronta a essere chiusa e rigenerata ciclicamente ogni due anni («ogni due anni gli apro un’azienda!») per disorientare gli investigatori.

Schermi societari

Un sistema di schermi societari e fittizie intestazioni che partiva da Cutro e si muoveva su più fronti. Lo dimostra anche il filone d’indagine legato alla procedura esecutiva del Tribunale di Crotone sugli immobili di via Basiliana a Cutro, dove Antonio e Alfonso Pietro Salerno avrebbero utilizzato Danilo Abramo e la sua Ida Immobiliare come prestanome per aggiudicarsi i beni all’asta ed eludere le sanzioni patrimoniali, garantendo al contempo un accrescimento economico alla famiglia e agevolando il clan Grande Aracri. I Salerno sono stati già coinvolti nell’inchiesta Kyterion, l’inchiesta madre sulla cosca Grande Aracri, ma mentre Antonio è stato condannato per associazione mafiosa il padre, già dipendente del Comune di Cutro, è stato assolto.

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La regia dell’avvocato catanzarese Mellea

Dalle carte dell’inchiesta emerge con forza come la difesa del tesoro di famiglia passasse attraverso questa rete collaudata di professionisti e teste di legno. Un sistema che, come raccontato dai collaboratori di giustizia, poteva contare sul peso criminale di figure come Gaetano Lerose, indicato come il referente della cosca per assicurare tutele, commesse e continuità agli affari economici sul territorio.

Società apri-e-chiudi

Ruotava attorno a un sistema di intestazioni fittizie geometriche, società apri-e-chiudi e a una regia legale spregiudicata il meccanismo con cui la galassia imprenditoriale dei Lerose avrebbe cercato di blindare un patrimonio milionario da possibili provvedimenti di prevenzione patrimoniale. Al centro dell’architettura emersa dalle carte dell’inchiesta c’è la figura dell’avvocato catanzarese Gennaro Pierino Mellea, descritto dagli inquirenti come il vero ideatore dei piani di salvataggio societario. Viene fuori anche il legame organico con la cosca Grande Aracri di Cutro, certificato anche dai verbali dei collaboratori di giustizia.

Il viaggio in Toscana dopo l’operazione “Keu”

La rete di protezione e i contatti frenetici emersi dalle intercettazioni offrono uno spaccato rivelatore anche sui momenti di crisi giudiziaria del clan. Nel aprile del 2021, in seguito all’arresto di Francesco Lerose nell’ambito dell’inchiesta antimafia “Keu” condotta dalla Dda di Firenze sul traffico illecito di rifiuti e fanghi conciari (con presunti legami anche con la cosca Gallace di Guardavalle), l’avvocato Mellea si sposta precipitosamente in Toscana.

La strategia mediatica

Dai colloqui intercettati tra Mellea e Giuseppe Lerose emerge il tentativo immediato di ridimensionare la portata mediatica e giudiziaria dell’indagine, con il legale che suggerisce di pubblicare articoli di smentita per recidere qualsiasi collegamento giornalistico tra i Lerose e i traffici di droga dei Gallace. Nelle conversazioni successive, tuttavia, lo stesso Mellea riconosce che il vero baricentro criminale della famiglia affonda le radici nel Crotonese e nei rapporti genealogici e criminali con Gaetano Lerose, considerato dagli inquirenti il punto di riferimento operativo della cosca Grande Aracri.

Il ruolo chiave di Gaetano Lerose secondo i pentiti

La solidità economica e l’impunità di cui la famiglia Lerose avrebbe goduto nel tempo trovano riscontro nelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Liperoti. Nei verbali inseriti agli atti, viene tratteggiata la figura di Gaetano Lerose (figlio di Santino), indicato come il successore di Rizzieri Lerose nella gestione dei rapporti diretti con Nicolino Grande Aracri e con la roccaforte di Isola Capo Rizzuto. Per Liperoti, «è sempre Gaetano Lerose che teneva i rapporti con le famiglie, anche a vantaggio del cugino Leonardo. Ovunque i Lerose prendessero i lavori, lo facevano come soggetti vicini a Grande Aracri. Era Gaetano che tenera i rapporti, anche se Leonardo gestiva alcuni lavori era sempre dovuto al collegamento che Gaetano teneva con la famiglia Grande Aracri».

Vicinanza al boss strategica

Alla morte di Rizzieri, sarebbe stato proprio Gaetano Lerose a ereditare il ruolo di referente unico per la famiglia, gestendo in esclusiva i rapporti con la cosca per l’acquisizione di commesse, subappalti e forniture di calcestruzzo in grandi opere (dal parco eolico di Rosito ai lavori nei villaggi turistici e nella zona industriale di Cutro). Una vicinanza mafiosa strategica che, secondo i pentiti, garantiva a tutti i rami della famiglia Lerose — inclusi quelli operanti in Emilia-Romagna e Toscana — uno scudo protettivo impenetrabile, azzerando alla radice qualsiasi velleità estorsiva sul territorio e subordinando ogni attività economica al consenso e agli interessi del clan Grande Aracri.


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