Trump, il nuovo ‘eresiarca’. Non gli bastano le religioni esistenti: il divino è lui
Nell’agosto 2015, in un’intervista concessa a Mark Halperin e John Heilemann, Donald Trump definì la Bibbia il suo libro preferito (“number one”), arrivando a giudicarla persino “superiore” al suo The Art of the Deal. Ma quando gli fu chiesto di indicare il passo che amava di più, tagliò corto: “È una cosa molto personale”, disse, rifiutandosi di rivelarlo. Incalzato sulla preferenza tra Antico e Nuovo Testamento, liquidò la domanda con un secco: “Sono uguali”.
All’epoca Trump non aveva ancora vinto le elezioni del 2016 e si dichiarava presbiteriano. Cinque anni dopo, nell’ottobre 2020, in un’intervista al Religion News Service, corresse il tiro: “Sebbene sia cresciuto in una chiesa presbiteriana, ora mi considero un cristiano non confessionale”. Un cristiano generico, insomma, senza una chiesa specifica di riferimento. In realtà, nei cinque anni del suo primo mandato presidenziale, Trump aveva già iniziato a stringere forti legami con diversi leader evangelici. Nel febbraio 2025, con la creazione dell’Ufficio della Fede presso la Casa Bianca, diretto dalla telepredicatrice evangelica, Paula White-Cain, il rapporto tra il presidente statunitense e l’evangelismo apocalittico si è reso esplicito e strutturato.
La forte torsione teologica dei discorsi politici di Trump nel secondo mandato non ha però a che fare con la sua eventuale “conversione” personale. Rivela invece un progetto di lungo corso, volto a ristrutturare il “campo religioso”. Come ha spiegato Pierre Bourdieu, il campo religioso è uno spazio strutturato da rapporti di forza, in cui si lotta per il monopolio dei “beni di salvezza” e della definizione legittima del sacro. Non si tratta cioè di una semplice sfera spirituale, ma di un dispositivo di dominio simbolico e ideologico.
Trump, infatti, non si limita a mobilitare simboli cristiani per allargare o rafforzare la propria base elettorale, perché punta a ridefinire il perimetro stesso del campo religioso, posizionandosi come un eresiarca, ossia un soggetto che, privo del capitale simbolico istituzionale delle Chiese tradizionali, cerca di conquistare legittimità attraverso (anche) una rivoluzione simbolica.
Affinché questa operazione possa sperare di avere un qualche risultato deve necessariamente mobilitare la “domanda di salvezza” che sale da ampi settori della società, in particolare dagli strati impoveriti. Una domanda generata dalla precarietà economica, dalla disgregazione sociale e istituzionale, in altre parole dalla profonda crisi del capitalismo contemporaneo, che non riesce più a sedurre gli individui, che non è capace di dare loro un minimo di futuro in cui credere, oppure – per dirla con Walter Benjamin, che nel capitalismo scorgeva una vera e propria religione – che non riesce più “a soddisfare le ansie, tormenti, inquietudini” a cui sono solitamente chiamate a dare risposta le religioni.
L’offerta del trumpismo a chi chiede “salvezza” è una potente sintesi ideologica tra: suprematismo nazionale, teologia evangelica apocalittica, leadership carismatica (il culto del capo) e tecnologia divina (basti pensare alle ambizioni teologiche dei guru della tecnologia di sorveglianza globale come Peter Thiel, che solo alcune settimane fa ha tenuto seminari sull’Anticristo a pochi passi dal Vaticano). In questa prospettiva, l’azione politica assume inevitabilmente i contorni di una lotta tra le forze del Bene e le forze del Male, e la guerra diventa un evento redentivo, funzionale alla realizzazione di una profezia.
Non a caso, le figure evangeliche che circondano l’attuale amministrazione Trump leggono la storia contemporanea alla luce dell’Apocalisse, contribuendo così a costruire un immaginario in cui la sofferenza, la guerra e la morte diventano condizioni necessarie per l’avvento di un ordine superiore. È in questo quadro che va letto anche il recente attacco di Trump a papa Leone XIV. Lungi dall’essere uno screzio episodico, esso rappresenta un atto di lotta dentro il campo religioso. La Chiesa cattolica, con il suo enorme capitale simbolico e la sua pretesa universalistica, rappresenta un ostacolo nel processo di costruzione della nuova ortodossia centrata sui valori del trumpismo. Delegittimare il Papa significa contestare la sua autorità come garante legittimo del sacro e, di conseguenza, aprire lo spazio per una diversa forma di consacrazione.
Trump non si limita quindi a usare le religioni esistenti per realizzare o promuovere i suoi fini (come in tanti hanno fatto e fanno nei movimenti politici conservatori e fascisti in ogni angolo del mondo). Il suo obiettivo è più radicale: diventare egli stesso fonte di legittimità religiosa (come appariva chiaro, prima che fosse rimossa, nell’immagine pubblicata sui suoi social), un’autorità che egli vuole gli sia derivata dalla capacità e dalla volontà di incarnare una visione fortemente arbitraria e predatoria del mondo. Il bisogno di questo “salto”, o meglio di questo “assalto” al sacro, non nasce da un capriccio narcisistico, o dalla strategia elettorale per le prossime votazioni, ma dalle necessità oggettive del capitalismo statunitense e, in particolare, del blocco sociale ed economico di cui l’amministrazione Trump è espressione.
I giganteschi movimenti tellurici nel sistema di produzione e di commercio internazionali stanno ridisegnando la geografia e la struttura del sistema produttivo mondiale con grande velocità. L’economia americana arretra di fronte all’ascesa di altre e il centro del capitalismo globale si sposta sempre più verso Oriente. Per creare una controtendenza effettiva nella parabola discendente del sistema produttivo americano sono necessarie azioni estreme, gesti aggressivi e strategie inedite, la cui giustificazione ideologica non può più poggiare sull’universo simbolico delle religioni tradizionali. Ne serve uno nuovo, uno capace di creare un collante sociale e ideologico per i nuovi terribili conflitti globali, attuali o in corso di preparazione. Le nuove forme di legittimazione religiosa che Trump, insieme a molti altri soggetti intorno a lui, sta cercando di realizzare negli ultimi anni, servono esattamente a questo.
Al momento, va detto, non si riescono a vedere in dettaglio né l’andamento del conflitto in corso nel campo religioso né i contorni della nuova forma religiosa proposta dalla coalizione politico-economica al potere. Si dovrà attendere per ottenere maggiore chiarezza. Molto dipenderà dalla piega che assumeranno gli eventi in corso e, soprattutto, dalle mobilitazioni popolari contro tali lugubri progetti. Del resto, come diceva Benjamin, non è facile “sciogliere la rete su cui stiamo sospesi” e, quindi, la visione d’insieme ci sarà pienamente data solo nel prossimo futuro.
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