L’archeologia salvata, il ritorno di 46 reperti ai Parchi di Sibari e Crotone
I carabinieri restituiscono 46 reperti archeologici ai Parchi di Crotone e Sibari che saranno inseriti nelle sezioni dell’archeologia salvata
COSENZA – È il frammento di una coppa monumentale risalente al 525 a. C. il reperto più prezioso recuperato dai carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale restituito ai musei archeologici di Crotone e Sibari. Sul frammento si scorgono dei disegni e dei volti. Realizzato dai pittori “rossi” risalta il particolare della capigliatura e i riccioli eseguiti con una procedura applicata dopo la fattura del disegno.
«È un reperto molto antico e raro, con un disegno e una tecnica che dà plasticità al vaso, il fatto di averlo trovato insieme ad altri reperti intatti è la riprova che questo frammento ha un grande valore» spiega Filippo Demma, direttore dei Parchi Archeologici di Crotone e Sibari.
REPERTI ARCHEOLOGICI DI ORIGINE ETRUSCA, MAGRO-GRECA E ROMANA
Sono in totale 46 i reperti archeologici restituiti, tanti in buone condizioni; si tratta di manufatti di origine etrusca, magno-greca e romana. I dettagli dell’operazione sono stati illustrati in una conferenza stampa che si è svolta a Cosenza nelle sale di Palazzo Arnone.
All’incontro erano presenti anche alcuni studenti delle quinte classi del Liceo Pitagora che incuriositi alla fine hanno posto anche alcune domande sul ritrovamento dei reperti e sul contrasto delle attività dei “tombaroli”.
In effetti, come spiegato dal comandante nucleo Tpc Cosenza, il capitano Giacomo Geloso, attraverso l’operazione denominata “Achei”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Crotone, si è fatta luce su una fitta rete di traffici di reperti. Dall’attività dei tombaroli per arrivare a collezioni private.
I TOMBAROLI E IL MERCATO CLOANDESTINO DEI REPERTI ARCHEOLOGICI
«Siamo partiti dagli scavi clandestini avvenuti in diversi siti archeologici calabresi – ha detto Geloso – e disarticolato una squadra di tombaroli facente parte di una rete di ricettatori. Una rete che era riuscita ad alimentare costantemente il mercato clandestino dei reperti che genera affari milionari».
I reperti archeologici recuperati tra l’Italia e la Francia, 23 persone sono ritenute responsabili a vario titolo di far parte di un’associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei reati di danneggiamento del patrimonio archeologico dello Stato.
Le altre accuse: possesso illecito di Beni Culturali appartenenti allo Stato, ricettazione di esportazione illecita. Inoltre i carabinieri hanno dato esecuzione a 80 decreti di perquisizione. Il traffico di reperti aveva ramificazioni in Gran Bretagna, Francia, Germania e Serbia.
Le indagini, svolte dai carabinieri tra il 2017 e il 2018, hanno permesso di ricostruire i saccheggi, eseguiti in maniera sistematica da squadre di “tombaroli” che, «con una suddivisione di competenze e ruoli, garantivano al mercato clandestino un flusso continuo di preziosi beni archeologici, venduti in complessi canali di ricettazione in Italia e all’estero».
UN GROSSO VOLUME DI AFFARI SECONDO SOLO A QUELLO DEL TRAFFICO DI ARMI E DROGA
Il capitano Geloso ha sottolineato che si parla «di un volume d’affari veramente importantissimo. Il traffico illecito dei beni culturali è secondo solo a quello del traffico di droga e armi in termini di volumi e di affari economici. E poi teniamo conto che in questa particolare indagine, tra le più importanti che è stata condotta dal Comando Tutela Patrimonio Culturale a livello nazionale, sono stati recuperati oltre 10.000 reperti archeologici. Parliamo di un volume di affari di milioni e milioni di euro». Alla conferenza erano presenti anche il prefetto Rosa Maria Padovano, il colonnello Andrea Mommo, comandante provinciale dei carabinieri e il sindaco di Cosenza, Franz Caruso.
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