Cultura

The Delines – The Set Up

Se si digita il nome di Willy Vlautin in un qualsiasi motore di ricerca stare sicuri che come prima voce vi uscirà “autore”, e il rimando andrà poi inevitabilmente alla sua brillante carriera di scrittore (con l’ultimo dei suoi sette romanzi, “Il cavallo”, pubblicato due anni orsono e acclamato dalla critica); eppure da quando, terminata la corsa dei Richmond Fontaine, ha dato vita ai Delines, anche la sua vicenda musicale si è fatta maledettamente seria.

Credit: Bandcamp

Qualità nei suoi lavori ne ha sempre profuso a iosa, e in fondo gli stilemi dei Delines erano già ben definiti sin dagli esordi, ma è indubbio che dopo il successo e il plauso unanime di lavori come “The Sea Drift” (2022) e “Mr. Luck & Ms. Doom” (2025) vi fosse ormai una certa attesa per questo nuovo album che giunge a distanza di un solo anno dall’ultimo sopraccitato.

Un’attesa ampiamente ripagata, se è vero che dopo i primi ascolti di “The Set Up” pare evidente (e fa specie considerando che sia partito come un progetto parallelo) che il gruppo sia diventato in un tempo relativamente breve uno dei nomi più interessanti dell’intero panorama alternative rock americano contemporaneo.
Ho utilizzato volutamente una definizione simile per contestualizzarne l’apparato musicale, perché pur rimaste le coordinate all’insegna dell’amato e mai dimenticato country (o alt-country, preponderante nella sua esperienza alla guida dei Richmond Fontaine), da lì in avanti Vlautin e compagni sono riusciti a creare una matrice sonora originale, dove i pregevoli spunti narrativi (come potrebbe d’altronde non essere altrimenti?) sono miscelati con elementi blues, soul, jazz e noir, a creare un’atmosfera intima e suggestiva.

Se Vlautin è da sempre il regista e l’architrave dell’intera operazione, oltre che la mente creativa, occorre ammettere che il gruppo può contare su due pezzi da novanta come Cory Gray alla tromba, tastiere, pianoforte (il quale dona classe e spessore agli arrangiamenti) e Amy Boone che con la sua magnifica voce, calda e magnetica, sa tradurre al meglio le emozioni e le vicissitudini dei protagonisti evocati nei mini-racconti. Perché a questo assomigliano i testi dei Delines: sono fotografie, ritratti, immagini di una parte d’America lontana dai riflettori, quella dei losers, degli emarginati, la zona buia che si vorrebbe allontanare sempre più.

In questo album a maggior ragione colpiscono le storie che ascoltiamo, perché a far da protagonista è gente poco raccomandabile, che in alcuni casi si è macchiata di episodi da cronaca nera, verrebbe da dire con nessun futuro davanti.

Sono temi particolarmente sentiti nella poetica dell’autore ma che forse mai come oggi si era spinto in questi termini con i Delines. La volontà precisa di dare voce a queste persone, ponendo in luce le loro vicende, è sottolineata anche dal fatto che tra tutti “The Set Up” è il lavoro meno immediato pubblicato finora, dove non ci sono parvenze di hit, brani mid-tempo – eccezion fatta per il brioso ritmo di “The Meter Keeps Ticking” – o testi in cui sia facile immedesimarsi. Per entrare bene in sintonia con l’opera occorre soffermarsi sulle parole, sulle pause, sui silenzi, facendosi trasportare dalle emozioni.

Sembra essere stato quello di Vlautin un lavoro per sottrazione, se è vero che sono presenti brani parlati, altri strumentali e che la title-track si dipana in tre parti lungo il tragitto. Non è insomma un disco “facile”, non che prima i Delines avessero qualche declinazione pop, ma lo stesso ci conquistavano con quel loro struggimento insito (figlio certo dell’ interpretazione della Boone), quei vagiti nostalgici, i tratti romantici e la porta aperta alla speranza di una vita migliore.

In episodi invece come “The Reckless Life”, “Keep the Shades Down” o l’evocativa “Dilaudid Diane”, dai toni spirituali, è palpabile il senso di perdita, la sconfitta, il disincanto.

Tuttavia in mezzo a ciò, i Delines (e qui sta la magia che riaffiora disco dopo disco) riescono a destreggiarsi in maniera mirabile, non cedendo mai il passo a quel senso opprimente che le tematiche suggerirebbero, ma piuttosto lasciando spazio all’introspezione avvolgendo l’ascoltatore in atmosfere languide e notturne.

Sin dallo spoken che caratterizza “The Set Up, Pt.1”, passando alla malinconia di “Can You Get Me Out of Phoenix” e a strumentali che conferiscono il giusto taglio cinematografico (le magnifiche “Jumping Off In Madras” e “Getting Out of the Ward”), si compone il puzzle di un album assai profondo, oscuro, capace di entrare sotto pelle pian piano, e proprio per questo destinato ancora una volta a restare.


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