Neurosis – An Undying Love For A Burning World
Non poteva esserci sorpresa più gradita: l’inaspettato e sorprendente ritorno dei Neurosis che, dopo il traumatico divorzio con Scott Kelly avvenuto nel 2019, rompono quello che si credeva essere un silenzio definitivo con il nuovo album “An Undying Love For A Burning World”, prima fatica in studio dal lontano 2016. Un decennio pieno di dolore e sconforto per la band californiana che, tra i tanti traumi sofferti, ha dovuto affrontare anche la prematura scomparsa di un suo storico collaboratore come il produttore Steve Albini.

A segnare la rinascita è l’ingresso in formazione del cantante e chitarrista Aaron Turner, un gigante del post-metal che ha costruito indimenticabili universi sonori con Isis, Sumac e Old Man Gloom. Un grande artista come Scott Kelly, seppur caduto in disgrazia dopo le accuse di violenze domestiche, non poteva essere sostituito da un tipo qualunque; l’arrivo di Turner giustifica appieno una reunion che di scontato non aveva nulla e, fino alle ore 23:59 del 19 marzo 2026, sembrava letteralmente impossibile. E invece eccola qui, sbucata fuori dal nulla senza il clamore dei soliti annunci che tanto vanno di moda in quest’era digitale, concretizzatasi nella forma di un album che scava nel solco dello sludge e del post-metal più intenso, sofferto e catartico.
La tanto breve quanto spaventosa intro “We Are Torn Wide Open” ci travolge subito con un muro di urla bestiali che riecheggiano in loop, fino a dar forma alla più volte ripetuta “dissonanza assordante” che ci lancia dritti fra le braccia di “Mirror Deep”. Un pezzo clamoroso che rappresenta il picco heavy dell’album, impreziosito da passaggi sintetici in salsa industrial a punteggiare esplosioni di pura rabbia incontrollata. Un avvio a dir poco devastante che, senza ombra di dubbio, farà ricredere coloro che avanzano dubbi su questi inediti Neurosis 2.0.
Il disco prosegue con brani generalmente più lunghi e articolati, nei quali Steve Von Till e compagni riversano tutta la loro voglia di tornare a far musica dopo il prolungato e doloroso silenzio. Deflagrazioni più o meno controllate che si sviluppano in pezzi complessi e profondi, tutti incentrati sulle atmosfere e sulle sfumature di suono, che spesso e volentieri sfiorano i dieci minuti di durata (la conclusiva “Last Light” addirittura si avvicina ai diciassette!).
Il gruppo americano si prende il tempo necessario a costruire veri e propri paesaggi musicali dominati dalle alternanze e dalle dinamiche. Si avanza in costante bilico fra il buio tipico dello sludge/doom metal, reso ancor più funereo dal growl cavernoso della coppia Turner/Von Till, e le innumerevoli screziature di suono portate in dote dalle influenze post-rock, dai frequentissimi ma mai invadenti inserti elettronici (garantiti dal synth di Noah Landis) e dalle pur presenti aperture melodiche che, seppur marginali, infondono respiro ed emozione a brani come “Blind” e “First Red Rays”.
I toni cupissimi della dark ambient e del post-metal più tenebrosi, così suggestivi da rasentare il cinematografico, avvolgono le note sulfuree e cariche di mistero di “Seething And Scattered” e “In The Waiting Hours”. Le ombre folk del passato restano un po’ sullo sfondo ma, nel complesso, è inutile star lì a provare a sezionare e suddividere in etichette le mille anime che compongono “An Undying Love For A Burning World”. Un album lungo, impegnativo ma incredibilmente emozionante: pesantezza catartica da gustare tutta d’un fiato.
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