“Sono contento quando una donna viene uccisa”. Arriva la condanna

“Ogni volta che sento alla radio la notizia di un femminicidio esulto e spero ce ne sia uno a Rimini”. E ancora: ”Voi donne non servite a nulla, dovete morire tutte, vi deve venire un cancro al seno e quel seno ve lo devono asportare” o “Come persona e come donna non vali niente, nemmeno tuo figlio sai difendere”, “Se mi hai denunciato finirai in una valle di lacrime”. Frasi orribili quelle che un 33enne urlava alla compagna, dalla quale aveva avuto anche un figlio, per poi non esitare a prenderla a pugni e schiaffi obbligandola a ricorrere alle cure del pronto soccorso per le lesioni riportate. Una vita d’inferno per la vittima che, dopo una lunga serie di angherie e maltrattamenti sia fisici che psicologici, aveva trovato il coraggio di denunciare il compagno violento dopo che, nel settembre del 2024, il 33enne aveva alzato le mani su di lei mentre teneva in braccio il loro figlio.
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In seguito a quell’aggressione la donna si era rivolta ai carabinieri e, come un fiume in piena, aveva raccontato per filo e per segno tutto quello che era stata costretta a subìre. Episodi che, puntualmente, arrivavano all’acme quando l’uomo era sotto l’effetto dell’alcol e che, dagli insulti come “te ne devi andare in galera come tutti quelli come te che non servono a un c….o e danno solo fastidio”, si trasformavano in aggressioni fisiche per poi sfidarla: “Io ti posso massacrare di botte ma se te non c’hai lividi in faccia e le telecamere dei carabinieri li non prova, questo qui, non serve a niente”. In un’altra occasione l’aveva minacciata urlandole “devi sputare sangue e soffocarti nel tuo sangue da quanto ti odio, se fai cosi questo è quello che ti meriti. Io l’unica cosa che ho sbagliato sai qual è? Che non ti ho spaccato la faccia subito. Dovete morire tutto male . Vagabonda schifosa”.
Accuse messe nero su bianco che, nel dicembre del 2024, aveva portato il pubblico ministero Davide Ercolani che coordinava l’indagine dell’Arma a chiedere e ottenere per il 33enne un’ordinanza dal gip Raffaella Ceccarelli che imponeva all’uomo di lasciare l’abitazione e di non avvicinarsi più alla vittima con l’applicazione del braccialetto elettronico. Una prescrizione che l’indagato ha ignorato togliendosi il dispositivo per poi arrivare a gettarlo nel fiume con la scusa che doveva andare dal tabaccaio tanto che, per questo, era finito in carcere dove è tutt’ora ristretto.
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Nel frattempo è andato avanti il procedimento penale, con la vittima che si è costituita parte civile con l’avvocato Monica Morollo. Nella mattinata di mercoledì il pubblico ministero ha chiesto, in abbreviato, una condanna a 4 anni di reclusione per il 33enne difeso dall’avvocato Massimo Campana. Il gip, Alessandro Capodimonte, ha quindi condannato l’uomo a 2 anni e 6 mesi oltre al risarcimento del danno alla parte civile e il pagamento delle spese processuali. La persona offesa, tutelata dall’avvocato, Morolli ritiene che “il processo abbia rappresentato il necessario accertamento delle responsabilità dell’imputato ponendo fine ad un sistematico percorso di annientamento morale, psicologico e fisico che ha subito per anni”.
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