Salute

sembra lo stesso film ma serve un finale diverso

C’è qualcosa di già visto nella vicenda dell’Ilva. Nel 2008, quando Alitalia era sull’orlo dell’ennesimo fallimento, il governo Berlusconi chiamò a raccolta una cordata di imprenditori italiani per evitare che la compagnia di bandiera finisse completamente in mani straniere. Nacque così Cai, la Compagnia Aerea Italiana, presto ribattezzata “la cordata dei capitani coraggiosi”.

Oggi, a quasi vent’anni di distanza, uno schema analogo si ripropone con l’acciaio. L’Ilva è in amministrazione straordinaria dal 2015, è il principale polo siderurgico italiano e coinvolge direttamente e indirettamente decine di migliaia di lavoratori. Anche questa volta è in ballo l’emergenza nazionale: se l’Ilva chiude o finisce completamente sotto controllo straniero, gli effetti non riguardano soltanto Taranto, ma il sistema industriale italiano.

Nel 2008, nella cordata Alitalia, c’erano Roberto Colaninno, Carlo Toto, Paolo Benetton, Diego Della Valle, Emma Marcegaglia e altri big dell’imprenditoria italiana. Oggi, nella partita dell’acciaio, ci sono Antonio Gozzi di Duferco, Giuseppe Pasini di Feralpi, Antonio Marcegaglia, i gruppi Lucchini, Valsabbia, Arvedi, Beltrame, Ori Martin e Danieli. Nomi legati alla siderurgia.

Questa una delle differenze più importanti. La cordata Alitalia era composta da imprenditori provenienti da settori molto diversi: trasporti, finanza, moda, costruzioni, energia, alimentare. Quella che si profila per l’Ilva è invece una cordata prevalentemente industriale e siderurgica. Non soltanto capitali (vedremo quanti), quindi, ma competenze dovute ad anni di attività e di business nel settore.

Anche il ruolo dello Stato, però, è profondamente cambiato. Nel caso Alitalia con un prestito ponte, lasciando ai privati il compito di risanare e rilanciare la compagnia che poi non avvenne. L’input era privatizzare. Con l’Ilva il governo vuol mantenere una presenza molto forte, attraverso Invitalia e con la presenza del gruppo azero Baku Steel. Chissà se tale scelta ricordi la lezione lasciata dalla vicenda Alitalia: affidare un asset (presunto) strategico esclusivamente a una cordata privata sia una garanzia sufficiente per il suo futuro.

Anche il piano industriale presenta una curiosa analogia. Alitalia avrebbe dovuto abbandonare le attività meno redditizie, rinnovare la flotta e costruire nuove alleanze. Per l’Ilva la sfida è ancora più radicale: ridurre progressivamente il ruolo degli altiforni, puntare sui forni elettrici, utilizzare il preridotto e accompagnare la siderurgia verso una produzione meno dipendente dal carbone. In altre parole, modificare il vecchio modello, e tentare di costruirne uno nuovo.

Torna l’utile retorica patriottica e neocorporativa. Nel 2008 si parlava di “orgoglio italiano” e di difesa della compagnia di bandiera. Oggi si parla di “sovranità industriale” e di acciaio strategico per l’auto, la meccanica, le infrastrutture e prima fra tutte la difesa. Il messaggio è sostanzialmente lo stesso: se non lo fanno gli imprenditori italiani, lo faranno gli stranieri.

Ora una domanda. I “capitani coraggiosi” di Alitalia non riuscirono a garantire il futuro della compagnia. Dopo anni di crisi e nuovi interventi pubblici, Alitalia sarebbe tornata al centro di una lunga vicenda di salvataggi, fino alla nascita di Ita Airways (i cui risultati sono ancora tutti da vedere visto il bilancio di quest’anno e l’ennesima ondata di esodi a carico dell’Inps). Anche per l’Ilva, il problema non è stabilire chi mette i soldi ma quale piano industriale sarà capace di garantire nello stesso momento la produzione, l’occupazione, il risanamento ambientale e la competitività internazionale.

La presenza di una cordata italiana può essere positiva. Ma non basta il passaporto degli imprenditori per fare una politica industriale. Servono capitali, tecnologia, mercato, investimenti e soprattutto un progetto credibile che questo governo non saprà fare.

Altrimenti il rischio è che, dietro la nuova retorica dei “capitani coraggiosi dell’acciaio”, si nasconda semplicemente un’altra operazione di salvataggio destinata a lasciare allo Stato, ancora una volta, il conto finale.

Stesso film, dunque? Non necessariamente. Ma questa volta il finale dovrà essere molto diverso da quello di Alitalia.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »