protagonista il torinese Marco Abrate con Zhang Linlu
TORINO – Dalla street art torinese alle gallerie internazionali di Shanghai. L’artista piemontese Marco Abrate, conosciuto anche con il nome d’arte Rebor, è tra i protagonisti della mostra bi-personale “We Are Dust and Shadows”, esposizione che mette a confronto la sua ricerca artistica con quella dell’artista cinese Linlu Zhang.
La mostra nasce come un dialogo tra due percorsi profondamente diversi per origini culturali, formazione e linguaggi espressivi, ma accomunati da una riflessione condivisa sui temi della percezione, dell’immaginazione e del rapporto tra essere umano e tecnologia contemporanea.
L’esposizione affronta infatti uno dei nodi più delicati dell’arte contemporanea: il modo in cui la creatività e la capacità interpretativa dell’uomo stanno cambiando nell’epoca della comunicazione digitale e dell’intelligenza artificiale. Un confronto che assume ancora maggiore forza proprio attraverso il contrasto tra le poetiche dei due artisti.
Marco Abrate, dalle mura urbane alla pareidolia
Nel lavoro di Marco Abrate, diventato noto al grande pubblico con le sue opere di street art in Pink, emerge con forza il legame con la tradizione figurativa occidentale. La sua ricerca affonda le radici nell’immagine e nella materia, sviluppando un percorso che deriva anche dalla sua esperienza nel mondo della street art.
Abrate lavora infatti su frammenti di muri, pannelli e superfici recuperate dal contesto urbano, sfruttando crepe, abrasioni, intonaci consumati e segni del tempo. È proprio da queste imperfezioni che prendono forma immagini appena accennate, lasciate volutamente incomplete affinché sia l’osservatore a ricostruirle mentalmente.
Alla base della sua ricerca c’è il concetto di “pareidolia”, il fenomeno percettivo che porta il cervello umano a riconoscere figure familiari all’interno di forme casuali. Le opere non si limitano quindi a essere osservate: chiedono al pubblico di partecipare attivamente, trasformando la visione in un’esperienza creativa.
Il tempo diventa un elemento centrale della sua poetica. Crepe, deterioramenti e stratificazioni raccontano il lento processo di trasformazione della materia e suggeriscono una riflessione sulla memoria e sulla fragilità dell’esistenza.
Il dialogo con Linlu Zhang
Se Abrate parte dall’immagine figurativa, Linlu Zhang sviluppa invece la propria ricerca a partire dalla scrittura asemica, una forma espressiva composta da segni che ricordano la scrittura ma che non possiedono un significato linguistico codificato.
Le sue opere evocano ideogrammi, trame e frammenti di linguaggio che si collocano in una zona sospesa tra comunicazione e astrazione. Attraverso materiali diversi — dall’inchiostro alle superfici metalliche fino alle foglie di tè — l’artista costruisce un percorso che riporta il linguaggio a una dimensione originaria, libera dalle convenzioni semantiche.
Nonostante le differenze formali, i due artisti condividono un obiettivo comune: coinvolgere direttamente chi osserva l’opera, trasformandolo in parte attiva del processo creativo.
“Far sì che l’opera accada”
Uno degli aspetti più interessanti della mostra è proprio il rifiuto di un’arte pensata come semplice oggetto di consumo visivo. Secondo la visione di Abrate, il compito dell’artista non è produrre “icone da guardare”, ma creare le condizioni “per fare sì che l’opera accada”.
L’osservatore non viene quindi chiamato soltanto a interpretare, ma a partecipare emotivamente e mentalmente, completando l’opera attraverso la propria percezione.
È una posizione critica nei confronti di una parte dell’arte contemporanea dominata dalle logiche del mercato e dalla produzione seriale di immagini. In “We Are Dust and Shadows” il gesto artistico torna invece a essere esperienza condivisa, relazione e processo.
Una riflessione sull’intelligenza artificiale
La mostra propone anche una riflessione più ampia sul presente. I processi mentali attivati dalle opere di Abrate e Zhang si pongono infatti in controtendenza rispetto alla crescente delega delle funzioni percettive e creative alle tecnologie digitali e all’intelligenza artificiale.
Nel mondo contemporaneo, sostengono implicitamente i due artisti, l’essere umano rischia sempre più spesso di rinunciare alla propria capacità di interpretare, immaginare e costruire significati, affidandola alle macchine.
Le opere esposte a Shanghai cercano invece di riattivare proprio quei meccanismi interiori: osservare, intuire, riconoscere, immaginare. Un invito a recuperare una dimensione più lenta e consapevole della percezione, in cui l’arte diventa spazio di esperienza e non semplice consumo visivo.
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