Salute

Pronto soccorso: +1,5 mln di accessi in 2 anni e pazienti ancora «senza rete» sul territorio

Gli accessi in Pronto soccorso sono aumentati di 1,5 milioni in due anni, tra 2023 e 2025 e di 750mila pazienti nel solo 2024-2025: questa l’ultima stima, in assenza di dati ufficiali, elaborata dalla Società di Medicina di emergenza-urgenza (Simeu) sulla base di una flash survey appena realizzata su un campione di strutture. Dall’analisi-lampo emerge una media di “stazionamento” del paziente in Pronto soccorso pari a 23 ore – ma con strutture che arrivano a registrare il dato drammatico di quattro giorni per il cosiddetto boarding in barella, cioè in attesa di collocare la persona in un reparto o in una struttura sul territorio. Ed è proprio sul collegamento con questo “setting” di cura che emerge il dato più nuovo – mai valutato prima – e decisamente preoccupante: solo poco più di un terzo degli ospedali (il 36%) dichiara di avere una collaborazione reale e costante – basata su protocolli aziendali e gestione congiunta – con centri come le Rsa o gli ospedali di comunità o con le strutture di cure palliative. Al contrario, per il 64% degli intervistati da Simeu, il dialogo è “saltuario o del tutto assente. Con i servizi sociali, il dato migliora ma non supera la sufficienza: la quota di Pronto soccorso che rivendica una cooperazione efficace si ferma al 50%, mentre l’altra metà vive una condizione di “isolamento operativo”.

Senza una regìa

Se è la stessa Società scientifica a precisare che i dati presentati hanno il valore di un campione e dovranno essere ulteriormente valutati in futuro, il campanello d’allarme preventivo è forte. Anche soltanto a guardare l’ultimo dato, in tempi in cui il riordino delle cure sul territorio voluto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) dovrebbe essere ormai quasi completato. Come sottolinea il presidente Simeu Alessandro Riccardi, «l’integrazione tra Pronto soccorso e strutture socio-assistenziali è il pilastro su cui deve reggersi il futuro del Servizio sanitario nazionale. E’ indispensabile definire indicatori realistici e sistemi di rilevazione accurati: senza una reale continuità assistenziale, la pressione sulle aree di emergenza è destinata a diventare insostenibile».

«Da una parte il territorio è insufficiente, dall’altra molte dimissioni a esempio da Medicina, che finiscono in Rsa, potrebbero essere anticipatre direttamente dal Pronto soccorso ma questo non succede laddove non c’è un’adeguata regia da parte delle direzioni di distretto sul territorio – spiega il past president Simeu, Fabio De Iaco -. La mancata attuazione del Pnrr diminuisce del resto le possibilità di accoglienza dei pazienti sul territorio ma oltre a questo il tema è che manca una regia che faccia da ponte e consenta la co-gestione dei pazienti tra ospedale e territorio. Chi ha i pazienti in ospedale e chi deve prendersene cura sul territorio, dovrebbero parlarsi ma questo ancora oggi non avviene e i pazienti ne fanno le spese».

Gettonisti ancora in campo

Dalla flash-survey emerge che solo l’11% degli ospedali interrogati da Simeu dichiara un organico medico sufficiente a garantire il servizio, senza necessità di integrazioni di alcun tipo. Il restante 89%, riferisce di integrare la copertura medica necessaria attraverso soluzioni quali le prestazioni aggiuntive dei dirigenti medici o contratti libero-professionali stipulati a livello aziendale. Il 29% delle strutture interrogate riferisce di continuare a ricorrere anche ad agenzie di servizi, i cosiddetti “gettonisti”, malgrado le indicazioni ministeriali. In questo contesto, la percentuale di pazienti che vengono ricoverati in ospedale dopo l’accesso di Pronto Soccorso si conferma intorno al 13%, confermando precedenti rilevazioni.

Pazienti fermi “in barella”

Alla domanda se il boarding costituisca un problema strutturale del Pronto soccorso il 70% delle strutture ha confermato di dover fronteggiare quotidianamente malati in barella in attesa di posto letto; solo il 30% delle strutture dichiara di non avere problemi di boarding.


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