Porter Ricks – Biokinetics: Dub-techno oltre la nebbia :: Le pietre miliari di OndaRock
“Biokinetics”: dietro a un titolo che pare suggerire rimandi biologici, un mondo di riferimenti scientifici applicati alla musica, si nasconde uno degli album più intriganti dell’elettronica europea degli anni Novanta, e ancor prima una delle collaborazioni creative più singolari dell’epoca. Dietro a una scelta così d’impatto si può apprezzare un progetto che coniuga madre Giamaica agli Stati Uniti e la Germania finalmente unificata, i flussi marini alla meccanica umana, il rigore del ritmo all’evasione d’atmosfera. Si può soprattutto trovare, a trent’anni dalla sua prima pubblicazione, uno dei momenti fondamentali di tutta la dub-techno, un disco che ancora oggi non smette di rivelare tutte le potenzialità di un genere tra i più gettonati e approfonditi dell’intero universo club. Si rende quindi necessario ritornare al 1996, per provare ad assorbire quegli umori che hanno permeato lo sviluppo di uno dei capisaldi di casa Chain Reaction.
A seguito della caduta del Muro nel novembre del 1989, la situazione a Berlino evolve rapidamente. Settimana dopo settimana, mese dopo mese, la capitale nuovamente riunita diventa laboratorio privilegiato per le più svariate e impensate esplorazioni elettroniche. Se è vero che già nel luglio dello stesso anno si era tenuta a Berlino Ovest la prima Love Parade a celebrazione della musica elettronica e del suo straordinario potenziale, lo scenario post-caduta si apre a un’infinità di possibilità, incoraggiato com’è da uno stato di semi-anarchia che rende facilissimo occupare palazzi abbandonati e organizzare rave illegali. Una fucina che brucia metalli senza sosta, alla ricerca delle leghe più insolite da proporre: è in questo clima fervido, in questa febbrile techno-utopia, che avviene un incontro destinato a scrivere capitoli fondamentali degli anni Novanta tedeschi.
Frutto dell’incontro tra Moritz Von Oswald, da tempo spostatosi a Berlino e impegnato come produttore per l’omonima etichetta associata al nightclub Tresor, e Mark Ernestus, titolare del negozio di dischi Hard Wax, nel 1993 nasce il progetto Basic Channel, e con esso l’etichetta dello stesso nome. Nel giro di pochissimi anni, e con l’impiego di svariati moniker, il duo concepisce un’autentica rivoluzione in seno al mondo techno, forgiando una rischiosa ma efficacissima fusione tra i tempi rallentati del dub giamaicano, con i suoi riverberi profondissimi e i bassi dal carattere ipnotico, e il Detroit sound ideato dal premiato terzetto Atkins-May-Saunderson. Nel dare peso all’atmosfera dietro al nervosismo, nel fornire margine e possibilità all’ostinazione e alla ripetizione, la coppia promuove un linguaggio del tutto nuovo, irresistibile nelle sue potenzialità ritmiche e forte di una componente suggestiva fino ad allora lasciata nelle retrovie. A strettissimo giro, emuli e amanti riprenderanno le intuizioni di casa Basic Channel e diffonderanno il verbo della dub-techno in lungo e in largo.
È a questo punto che si evidenzia tutto il fiuto della coppia Von Oswald-Esternus. Conscia che stiracchiare ad libitum l’output dell’etichetta dopo i primi 12” e compilation avrebbe soltanto diluito la forza del suo messaggio, nel 1995 sospende le pubblicazioni e dà il via a un nuovo veicolo distributivo, con il quale diffondere i progetti di menti affini. Lanciata nello stesso anno, la Chain Reaction diventa il tramite preferenziale per alcuni dei momenti più avvincenti e significativi di tutta la dub-techno anni 90, quando non proprio di carriere intere (i Monolake l’esempio più lampante). Ed è qui che parte l’avventura targata Porter Ricks: frutto anch’essa di un incontro tra due menti creative decisamente diverse tra loro, lega assieme Thomas Köner, da qualche anno dedito a glaciali produzioni ambient-drone e Andy Mellwig, ingegnere del suono approdato anche alla corte della Dubplates & Mastering, fondata dagli stessi Basic Channel per ottenere master all’altezza delle loro esigenze. Con tutta la competenza nella gestione del suono, e un controllo sulle atmosfere di cui tener decisamente conto, i due si imbarcano in una striscia di 12” con cui dar vita alla propria idea di musica techno. Tempo qualche cambio di stagione, e “Biokinetics” riassume la visione in otto “facili” movimenti.
Ben più che una compilation (per l’occasione il duo inserisce in scaletta tre inediti assieme a cinque brani già distribuiti in precedenza), il lavoro offerto dal duo, il primo per casa Chain Reaction a essere stampato su cd, è la più pura dimostrazione del potere dell’immagine applicato al suono, della capacità di timbri e ritmi di creare ambientazioni e suggerire spazi anche senza l’ausilio della melodia. In un gioco di meccaniche, pattern e ripetizioni gestite con precisione chirurgica, la navicella guidata dai Porter Ricks (dal nome di un personaggio della serie “Flipper”) si dirige alla volta di oceani di vapore, strisce di fumo, a trovare l’immensità nell’imprendibile. Ancor più che nei poderosi viaggi ritmici dei Basic Channel, dove l’astrazione concettuale regna incontrastata, la biocinetica del duo tedesco vibra a un piano quantico superiore, lascia che lo spettro delle sue intuizioni si apra a una concezione di atmosfera e suggestione che vada oltre il puro disegno ritmico. Dalla Berlino dei corrieri cosmici dei due decenni precedenti la palla passa a chi ne raccoglie l’eredità alla luce degli aggiornamenti tecnologici degli anni Novanta.
Immagine, suono, ambientazione: con pochi fondamentali l’espressività dei Porter Ricks spicca il volo sin dalle prime battute, rivelando tutto il suo carattere suggestivo e l’insito dinamismo. Contro ogni apparenza, le pulsazioni ovattate di “Port Gentil”, appena increspate da un basso profondo che contrassegna ogni battuta, diventano il banco sperimentale per un incessante andirivieni di flussi e flutti, ondate soniche che si infrangono sugli scogli dell’immaginazione, prima che l’eco lontana di un treno spinga i battiti in avanti, pronta a farci immergere in nuovi paesaggi senza confini. Si spiega già qui la sottile arte di Köner e Mellwig, il controllo ferreo sulla progressione, sui minimi cambiamenti che aprono e chiudono segmenti di brano: ferro e vapore diventano l’immagine di una cinetica della vita che non è solo un’arguta metafora del movimento sulla pista da ballo, bensì proprio la visione di opposti che confliggono e infine convergono, a esaltare il battito tanto quanto lo spazio che li intervalla. In questo costante gioco di spinte e rilassamenti, è un altro pattern meccanico ad alimentare la propulsione di “Nautical Dub”, ma il suo taglio più nervoso e allucinato non approda mai alla grandeur bombastica di tanta techno coeva, preferendo piuttosto suscitare un movimento più in filigrana, lo scenario adatto per lievi puntelli sintetici, pronti a immergersi nel basso ostinato sul fondo.
In questo pullulare di riferimenti portuali e marittimi, che delimitano punti e tragitti in un oceano che non conosce sosta, la turbolenza è ovviamente fisiologica. “Port Of Call” è elettronica tutta squarci e zigrinature, quasi a infastidire il beat ben più prestante che le sorregge, ma è semplice nel caos organizzato che anima i loop in superficie intravedere un’inquietudine più profonda, un abisso nero che potrebbe sfaldare tutta la baldanza soprastante. E così il binomio “Port Of Nuba” – “Nautical Nuba”, partendo dallo stesso tratteggio ritmico, si distorce a più riprese, come l’accavallarsi di onde che si affastellano sempre più, prima dello schianto finale. Eppure non c’è mai la sensazione di una collisione definitiva, vi è sempre la manus longa del duo che trasforma, ripiega, infine diffrange una stessa base ottenendo due effetti completamente opposti (difficile non intravedere la coltre oscura che affiora sotto i loop di “Nautical Nuba”, una spazialità che nel contesto più trafficato della sua sorella portuale invece proprio non affiora). E se “Nautical Zone” volesse rappresentare il contraltare conclusivo di “Port Gentil”, lo fa avanzando addirittura una singolare ipotesi micromelodica, la quale si insinua nel treno di base gettando una luce diffusa su tutto il viaggio.
Il movimento, non importa quanto convulso o istintivo, è alla base di qualsivoglia progetto che abbia in mente di rivolgersi ai club. Se è vero che dal decennio successivo in poi ci sarebbe stato un graduale restringimento di quanto si ritenesse adatto alle piste da ballo, nondimeno i “Biokinetics” dei Porter Ricks nascono e crescono per esaltare il movimento, la spinta umanissima che porta a seguire il ritmo. È significativo che siano i due brani omonimi, i momenti più sperimentali in un disco già lontano da ogni qual forma di trend, a decretarlo in tutta la loro eversione. Da un lato, il primo movimento lascia sobbollire le cadenze del corpo a fuoco lento, contorcendo sinistre striature sintetiche in un gioco di asimmetrie che più di vent’anni dopo non si avrebbe avuto problemi a definire post-club. Dall’altro, le lentissime mareggiate sonore del secondo, con quei dub sommersi ad avanzare inesorabili, danno l’idea della grande caratura di sound-designer di Köner, del modo implacabile di creare ritmo anche tra le nebbie più spesse.
Distribuito in un contenitore d’alluminio che diventerà un marchio di fabbrica tristemente famoso (involucro troppo duro per il disco all’interno, tale da portarlo spesso alla rottura), ristampato poi più volte, anche in vinile, nel corso degli ultimi quindici anni (la Type nel 2012 con una straordinaria copertina dal sapore herbertiano, la Mille Plateaux nel 2021), “Biokinetics” dà il suo eccezionale contributo a un decennio semplicemente magico per l’elettronica tedesca (giusto nello stesso anno esordisce Wolfgang Voigt, ma è anche il periodo dei debutti di DJ Hell, dei Mouse On Mars, dei compagni di etichetta Monolake), spingendo verso estremi impensati l’idioma dub-techno. Le sue ondate si propagheranno con tutta la calma necessaria lungo tutti gli anni Duemila, mostrando la via a tutti coloro che dalla loro techno cercavano suggestioni collaterali. Sarà però con l’aprirsi degli anni Dieci, e con la salita alla ribalta della Modern Love, che la lezione dei Porter Ricks troverà il suo logico approdo, ed evidenzierà tutta la forza del suo portato. Oltre i banchi di fumo, oltre i rollii del mare, pulsazioni che sanno di vita, per tutti coloro che le hanno comprese.
31/05/2026
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