Paul McCartney – The Boys Of Dungeon Lane: Ottantaquattro anni e non dimostrarli :: Le Recensioni di OndaRock
Anticipato dal fascino intimo e quasi dimesso del singolo “Days We Left Behind”, il nuovo album di Paul McCartney non è l’annunciato capolavoro finale di un artista giunto alla soglia dell’ottantaquattresimo compleanno. Chi sperava in una celebrazione dai tratti noir e aulici abbandoni subito il campo, perché “The Boys Of Dungeon Lane” è puro McCartney al cento per cento, con tutti gli annessi e connessi del caso.
Il nuovo album dell’ex-Beatles ( il cui titolo è estrapolato da un demo del 1991 ancora inedito “In Liverpool”) è il diario non del tutto segreto di un ragazzo alle prese con ambizioni e sogni giovanili ma anche con la propria fragilità, quella fragilità che la voce ormai carente nelle note medio-alte, ma sempre evocativa e unica, rende palpabile.
Per un artista che ha trascorso gli ultimi anni cercando di incasellare frammenti e ricordi, queste nuove quattordici canzoni sono solo ulteriori pezzi di un puzzle che non ambisce alla completezza tematica. Per quanto legati da un filo comune, i brani di “The Boys Of Dungeon Lane” non seguono la logica del concept-album e gli unici momenti malinconici e commoventi sono racchiusi nella già citata “Days We Left Behind” e nell’ultima traccia “Momma Gets By” (un poetico ricordo della madre), una canzone che rimodella le grazie armoniche di “Lady Madonna” con un tratto dolente e un arrangiamento d’archi al limite della perfezione.
McCartney ha trovato nel produttore Andrew Watt (già alla corte di Rolling Stones ed Elton John) il perfetto complice, ma è l’abile tocco pianistico di Pat Thomas l’ulteriore elemento di rilievo di un disco musicalmente ricco di idee. E poi c’è Paul, un musicista ormai poliedrico che non teme il ruolo di one man band.
Last but not least ci sono ovviamente le canzoni, ennesima conferma dell’autorevolezza di McCartney come compositore: una serie di accordi e ritornelli modellati con quell’apparente semplicità che è sempre stato uno dei marchi di fabbrica dei fantastici quattro ragazzi di Liverpool. Un brano come “We Two” non solo dispensa cambi armonici con una scioltezza impressionante, ma conferma che solo Paul può imitare Paul. Lo stesso si può affermare per altre due piccole perle come “Ripples In A Pond” e la straordinaria “Come Inside” (per il sottoscritto già un classico), entrambe dedicate a due donne importanti (la prima all’attuale moglie Nancy Shevell, la seconda a Linda Eastman), ma non c’è nessun sentimentalismo posticcio o lezioso a far da cornice ai due brani: l’esuberanza pop della prima e l’energia rock’n’ roll della seconda sono ricche di positività e gioia di vivere, quella stessa gioia che ha contrassegnato le due relazioni.
Geniale e perfino imprevedibile, Paul McCartney evita di celebrare il passato con toni mesti o eccessivamente sdolcinati. Quel che è percepibile è la profonda gratitudine del musicista inglese per una vita vissuta fino in fondo. Le canzoni sono un insieme frammentario di ricordi, alcuni condivisi con l’amico Ringo Starr, ospite d’eccezione nella briosa e spensierata “Home To Us”, altri affidati alla memoria e ai due compagni di viaggio che non ci sono più. Nel volutamente grezzo rock’n’roll dai tratti acustici di “Down South” Paul racconta dei tanti viaggi in auto con George Harrison, mentre nella già citata “Days We Left Behind” il ricordo va alla casa di Forthlin Road, dove Paul e John scrissero le prime canzoni dei Beatles.
E’ un disco schietto e vibrante, “The Boys Of Dungeon Lane”. La scelta del produttore Andrew Watt di non puntare a una modernizzazione del suono, quanto piuttosto di renderlo sapientemente classico ed eterno, è una delle idee vincenti. Paul evita la deriva profetica che attanaglia gran parte delle vecchie star del rock, ostentando senza timori quella grazia e quella frivolezza condivise con i Wings, che sono state spesso al centro delle feroci critiche nei confronti dell’ex-Beatles (“Never Know”).
Che Paul McCartney meriti un posto a parte nella storia della musica moderna è sempre più palese. Non solo con “As You Lie There” il musicista inglese dimostra di poter competere con le nuove generazioni mettendo insieme azzardi strumentali, un fraseggio melodico post-rock, e una verve pop inossidabile, ma contemporaneamente frantuma tutte le ambizioni dei cantautori pop odierni con una ballata, “First Star Of The Night”, che reinventa il termine folk-noir, aprendo la porta a quella flebile luce in fondo al buio che in molti chiamano speranza.
“The Boys Of Dungeon Lane” è un disco che riesce perfettamente nel proprio intento, ovvero rivivere quella spensieratezza e magia dell’era pre-Beatles. In queste canzoni c’è spazio per sogni e ambizioni, c’è l’energia del rock’n’roll (“Lost Horizon”), ma anche l’estasi psichedelica (“Mountain Top”), il tutto messo insieme con classe e un innegabile talento (“Salesman Saint”).
Volendo scendere a patti con la semplificazione dei commenti critici da leoni della tastiera , l’ultimo album di Paul McCartney è uno dei più godibili della pur lunga carriera del musicista di Liverpool, un potenziale crossover tra il sottovalutato “Red Rose Speedway” e l’eccellente “Chaos And Creation In The Backyard”. C’è perfino spazio per i detrattori, quelli che all’ascolto del dixieland-pop sornione di “Life Can Be Hard” sono pronti a storcere il naso come la nonna di Yoko Ono, per un brano che è solo un’altra pagina deliziosa di un disco straordinario ma non pretenzioso.
31/05/2026
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