Pordenone verso un futuro senza carcere: scatta l’allarme sulle ricadute sociali
TRIESTE.news
1 luglio 2026 – ore 18:15 – Il trasferimento della Casa circondariale di Pordenone nel nuovo istituto di San Vito al Tagliamento rischia di privare il capoluogo di un presidio penitenziario con ricadute non solo sul piano della sicurezza, ma anche su quello occupazionale e sociale. È quanto sostiene il Garante regionale dei diritti della persona, Enrico Sbriglia, che lancia un appello alle istituzioni affinché valutino il mantenimento di una funzione carceraria nell’attuale struttura di piazza della Motta. L’intervento arriva all’indomani della partecipazione del Garante alla celebrazione di San Basilide, patrono della Polizia penitenziaria, svoltasi nella Casa circondariale di Pordenone. Nell’occasione Sbriglia ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto dal personale penitenziario, sanitario e dagli operatori del privato sociale che operano nell’istituto, evidenziando come, nonostante le criticità logistiche, venga garantito un percorso di reinserimento delle persone detenute. Secondo il Garante, con l’apertura del nuovo carcere di San Vito al Tagliamento si pone il tema del futuro dell’attuale struttura pordenonese. Per questo propone di valutare la riqualificazione del complesso, mantenendolo nell’ambito dell’amministrazione penitenziaria.
Tra le ipotesi avanzate figura la realizzazione di un istituto destinato ai detenuti in regime di semilibertà o ammessi al lavoro esterno, così da conservare in città un presidio della Polizia penitenziaria e la rete di servizi costruita negli anni. Un’altra proposta riguarda la creazione di una struttura dedicata esclusivamente alla detenzione femminile, considerato che in Friuli Venezia Giulia è presente una sola sezione femminile, nella Casa circondariale di Trieste, ritenuta non adeguata sotto il profilo degli spazi e delle esigenze specifiche delle detenute. Sbriglia invita quindi il Comune di Pordenone e le altre istituzioni a valutare una soluzione che consenta di non disperdere professionalità, posti di lavoro e il patrimonio di relazioni sviluppato attorno all’istituto penitenziario cittadino, trasformando il passaggio al nuovo carcere in un’opportunità di riorganizzazione anziché nella chiusura definitiva della presenza penitenziaria in città.
Articolo di Francesco Viviani
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