Curiose, tenere e feroci: la band The New Eves si racconta in tutto il suo fervore

Nel corso del Primavera Sound di quest’anno, oltre alla pioggia e alle inevitabili lacrime durante il set dei The Cure, non sono mancate le occasioni per scoprire artisti indipendenti destinati a lasciare il segno. Tra questi spiccano le The New Eves, quartetto di Brighton che incarna alla perfezione un immaginario folk horror in musica; quello che, per intenderci, si assocerebbe facilmente a un film come “The Witch” di Robert Eggers. Abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con loro per esplorare più a fondo il loro universo artistico, tra rabbia e folklore.
Da dove partire, se non da “The New Eve”, brano d’apertura del disco di debutto “The New Eve Is Rising”? Una sorta di manifesto della band, ma anche promessa e augurio. Come raccontano le stesse musiciste, la canzone racchiude già tutta la loro essenza, il significato è ciò che si legge, senza bisogno di ulteriori spiegazioni: la nuova Eva è curiosa, mangia i frutti che desidera, non prova vergogna; e, soprattutto, è libera.
Insieme a “The Volcano”, il brano crea una cornice perfetta per l’album. Pur non condividendo un legame tematico diretto, le due tracce possiedono la stessa energia esplosiva e si sono imposte fin da subito come apertura e chiusura naturali del disco. “Quando abbiamo lavorato all’album è stato subito chiaro che sarebbero state la prima e l’ultima traccia. Aveva perfettamente senso”, racconta la band. “Ogni canzone del disco rappresenta un percorso diverso che abbiamo intrapreso, o una diversa sfaccettatura di ciò che facciamo.”
I testi, del resto, occupano un ruolo centrale nella loro musica, vere e proprie poesie alimentate da una vasta rete di riferimenti letterari. In “Circles”, per esempio, compare una citazione di “The Waste Land” del poeta e drammaturgo T. S. Eliot.
A volte, però, la magia nasce per puro caso. Quando chiediamo quali siano i loro versi preferiti, le The New Eves citano una frase comparsa nei brani ancora inediti: “C’è un verso nato per errore che abbiamo deciso di tenere: ‘the serpent asked for a pen’. Adesso lo cantiamo sempre così. È divertente immaginare come un serpente possa usare una penna… forse con la coda?!”
La spontaneità che emerge durante la conversazione è la stessa che caratterizza i loro concerti: spesso descritti come teatrali o addirittura ritualistici, questi sono live che nascono in realtà senza alcuna pianificazione scenica. L’intensità percepita dal pubblico è semplicemente il risultato di quattro musiciste completamente immerse nel momento. Suonare questo materiale richiede infatti una concentrazione costante, che le porta a essere profondamente connesse tra loro e con ciò che sta accadendo sul palco. “Di solito non descriviamo i nostri concerti”, spiegano. “Noi siamo lì a viverli, preferiamo lasciare che sia il pubblico a interpretarli e a costruire la propria esperienza.”
Un altro elemento centrale della loro estetica e del loro immaginario è il profondo legame con l’ambiente circostante. Tuttavia, per le The New Eves la natura non è un’entità separata da rispettare e venerare a distanza; tutto è natura, compreso il pavimento di cemento su cui si esibiscono e gli esseri umani stessi. “C’è sicuramente un legame con la natura, ma non ci piace parlarne come se fosse qualcosa di separato da noi.” È un flusso che permea ogni cosa e che si riversa inevitabilmente nella loro musica. A questo immaginario si intrecciano simboli forti come il melograno, scelto per il suo antico potere evocativo (oltre che per l’ottimo apporto di vitamina C e di antiossidanti!), e un forte richiamo al folklore.
A proposito di folklore, arriva inevitabilmente una domanda in stile Fagnani: quale belva (o meglio, creatura mitologica) sentono di essere? “Andiamo a fasi, dipende dal periodo che stiamo vivendo. Passiamo dalle capre agli unicorni, fino ai goblin. L’altro giorno scherzavamo sul fatto che, come band, potremmo essere un clan di goblin impazziti!”
Cosa aspettarsi invece dal futuro della band? Prima di tutto, a quanto dicono, continuare a esplorare il folklore di quanti più Paesi possibile. Conoscere le storie, i miti e le leggende che gli esseri umani si tramandano da generazioni, trasformandoli in musica e racconti.
Sul piano sonoro, invece, le idee sono già in movimento. “Sintetizzatori e drum machine”, raccontano. “Abbiamo già iniziato a inserirli. Stiamo evolvendo, ci stiamo muovendo pian piano in avanti. Magari finiremo a fare techno industriale, chissà! Oppure dei remix del primo album.”
Si muovono e si evolvono in continuazione, delle forze della natura che non possono né vogliono fermarsi: la rivoluzione è in atto, e non c’è nulla che possiamo fare se non ascoltare e accoglierla in visibilio.
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