Omicidio a Villetta Di Negro, il giallo del movente e la vita di Pedro: “Aveva due lauree e aspettava un trapianto”

Genova. “Pedro era un nostro amico. Era uno che dava una mano. Era uno che non faceva mai mancare una buona parola o non cercasse di spronare gli altri a migliorare. Pedro era uno di noi”. Con queste parole, rimbalzate ovunque sui social nelle ultime ore, viene ricordato Pietro Alberto Paolo Signor, il 48enne brutalmente ucciso ieri a Villetta Di Negro, a due passi da un museo, in pieno giorno. A scriverle su Facebook è stata Elisabetta Miniati, una volontaria dell’associazione Valori Alpini di Oregina attiva proprio nella distribuzione di pasti caldi ai senzatetto.
Un delitto che scuote la città e che accende i riflettori, non solo sull’emergenza sicurezza che alimenta lo scontro politico, col centrodestra unito nel chiedere le dimissioni dell’assessora Arianna Viscogliosi (che per adesso non replica), ma anche sulle condizioni di chi è costretto a vivere una vita ai margini della società.
Non è ancora chiaro perché Signor sia stato ferito a morte con dei cocci di vetro, legato con vecchi indumenti e trascinato senza vita per alcuni metri. L’uomo arrestato, subito fermato grazie all’allarme di chi ha sentito le urla nei pressi del museo Chiossone, si chiama Cisse Camara ed è un 42enne senegalese. Si trova ancora ricoverato all’ospedale San Martino di Genova in preda a crisi psicomotorie causate probabilmente da sostanze stupefacenti. È probabile che venga dimesso nelle prossime ore per poi essere trasferito in carcere in attesa della convalida.
Le indagini dei carabinieri, coordinate dal pm Francesco Cardona Albini, non possono escludere il possibile movente della droga. Secondo diverse testimonianze Signor era tossicodipendente, ma le verifiche svolte finora non hanno trovato riscontri certi sulla presa in carico da parte dei servizi sociosanitari. Sul luogo del delitto sono state trovate tracce di crack, e visto che Villetta Di Negro è frequentata da spacciatori e consumatori, oltre che da clochard, è plausibile che esista una correlazione. La vittima frequentato per qualche tempo la mensa di Sant’Egidio, ma negli ultimi tempi non era più stata vista in strada nemmeno dalle associazioni che assistono i senza dimora.
Quello che emerge, però, è che Signor non era conosciuto per essere uno “sbandato” secondo l’uso dispregiativo che si fa del termine. Chi lo frequentava racconta che aveva ben due lauree, conseguite a Torino e Trieste. Sui social si definiva “scrittore, musicista e poeta“. Aveva pubblicato un libro e teneva un blog di poesie. Su Facebook aveva un profilo seguito da oltre mille persone e solo due settimane fa aveva pubblicato un selfie in occhiali da sole, giacca di pelle e cuffiette in largo Lanfranco, non lontano dal luogo in cui ha trovato la morte.
“Era malato di cuore, era in attesa di trapianto, ma il suo gruppo sanguigno rendeva difficile una donazione”, racconta Elisabetta Miniati riportando una frase di Pietro Signor: “Certo che ne basta uno, ma per darlo a me qualcuno deve smettere di vivere ed e difficile da accettare“.
Signor “era uno che voleva un lavoro – continua – ma la sua condizione di salute rendeva difficile ogni approccio con chi faceva i colloqui. Aspettava il reddito di cittadinanza che gli avevano bloccato mentre era ricoverato a San Martino e in sei mesi non glielo avevano ancora ripristinato. Era uno sempre in ordine, lavato e sbarbato. Sempre garbato. Era uno che si faceva i fatti suoi e non cercava grane. Non dormiva nei dormitori, non aveva posto anche se con le sue condizioni di salute avrebbe dovuto avere la seconda accoglienza. Non voleva dover chiedere, girare per dormitori a chiedere l’elemosina per un posto. A volte gli stavano stretti gli orari. A volte gli stavano stretti gli amici, aveva bisogno di spazio. Non gli piaceva essere obbligato a far qualcosa, dormire nello stesso posto o girare con le stesse persone. Così ogni tanto spariva e poi tornava, sempre con il sorriso e la sua chitarra“.
A incrociarlo nel recente passato era stato anche Fabio Ceraudo, oggi presidente del Municipio Medio Ponente e all’epoca consigliere comunale del Movimento 5 Stelle: “Era per strada, abbiamo scambiato due chiacchiere proprio sul problema del reddito di cittadinanza“, conferma. E nel post in cui lo ricorda aggiunge: “Sei mesi di attesa, di burocrazia, di indifferenza. E qualcuno ancora oggi ha il coraggio di dire che quel sostegno non serviva. Pedro meritava ascolto, cura, protezione. Meritava una società che non lo lasciasse scivolare ai margini. Meritava istituzioni capaci di vedere la persona prima del modulo, della pratica, del regolamento”.




