Cultura

Oggi “Aftermath” dei Rolling Stones compie 60 anni

Un conto è scrivere un singolo brano, tutt’altra cosa è comporre un intero album.

Mick Jagger e Keith Richards lo sapevano bene, così come sapevano perfettamente di non potersi tirare più indietro: i Beatles avevano ormai tracciato la via, abbandonando da un po’ le cover, scrivendo per sé e per altri, mostrando al pubblico e all’industria discografica la centralità degli album piuttosto che dei singoli.

Confortati dal successo delle precedenti estemporanee composizioni del duo – soprattutto (“I Can’t Get No) Satisfaction” (destinata all’immortalità, ma questo nessuno poteva saperlo), “Get Off Of My Cloud”, “The Last Time” – nel dicembre del 1965 i Rolling Stones entrarono agli RCA Studios di Hollywood con il loro (all’occorrenza anche) produttore Andrew Loog Oldham, credendo comunque di essere lì per occuparsi della colonna sonora del film “Back, Behind And In Front”.

La pellicola finì per rimanere solo un progetto; da quelle sessioni uscì invece “Aftermath”.

Pubblicato il 15 aprile del 1966, si tratta del quarto album degli Stones e del primo interamente a firma Jagger/Richards.

Quattordici tracce (parliamo della versione UK) che svisano tra rielaborazioni del blues elettrico di Chicago e gemme pop molto perfettine, qualche riempitivo e tre brani una spanna sopra il resto: “Mother’s Little Helper”, “Under My Thumb” e “Out Of Time” (sempre sottovalutata, è un soul strepitoso che godette di qualche momento di gloria quando entrò in classifica reinterpretata da Chris Farlowe).

“Aftermath” è lo snodo essenziale nella carriera degli Stones.

Musicalmente, poggia sulla genialità di arrangiamenti tessuti non solo sulle chitarre rhythm & blues e sull’onnipresente piano di Ian Stewart, ma anche sul suono di molti strumenti inusuali come il dulcimer (“I Am Waiting” – una specie di riflessione sull’attesa della morte -, le suggestioni medievali di “Lady Jane”), la marimba (“Under My Thumb”, “Out Of Time”), clavicembalo e koto (strambo strumento a corda giapponese su “Take It Or Leave It”): tutto frutto dell’estro di Brian Jones, chitarrista e qui determinante polistrumentista, che però al termine delle registrazioni di “Aftermath” (due sessioni: dicembre ’65 e marzo ’66, proprio da queste ultime uscirà “Paint It, Black”), persa la battaglia per la leadership della band (in favore di Keef) inizierà la discesa verso l’abisso che lo porterà prima ad essere un corpo estraneo rispetto al resto degli Stones (quando non un peso) e poi alla morte.

In questo senso questo album e la sua genesi sono altresì determinanti per i rapporti interni al gruppo.

Ma “Aftermath” contiene anche il primo brano rock’n’roll a superare i 10? (“Going Home”), anticipa l’utilizzo dello stilema country–folk (“High And Dry”, la slide su “Mother’s Little Heller”), che però la band maneggerà molto meglio solo qualche anno dopo, lotta per liberarsi dall’etichetta beat e, contemporaneamente, alimenta senza ritorno la fama di ragazzacci degli Stones.

I testi di Jagger infatti si confermano lontanissimi dall’universo educato e politically correct dell’epoca.

“Stupid Girl” è un’invettiva probabilmente diretta alla più assidua frequentazione di Mick del periodo, Chrissie Shripton, ma allargando il campo pare quasi di leggere tra le righe una certa insoddisfazione nel non trovare una controparte femminile a livello anzitutto intellettuale: qualcuna diversa da tutte le ragazzine urlanti e superficiali che frequentavano (o pensavano di frequentare) il giro degli Stones.

E per quanto Jagger possa raccontare che il messaggio di “Under My Thumb” sia stato del tutto frainteso, rimane una verità storica: con la sua allusiva storia di sottomissione fece incazzare tutti i movimenti femministi del Pianeta (non era la prima volta, certo non sarebbe stata l’ultima). *

Leggenda vuole, poi, che gli intrecci amorosi di “Lady Jane” chiamino in causa D.H. Lawrence e il suo scandaloso libro “L’Amante di Lady Chatterley” (Lady Jane e John Thomas sono i nomignoli con cui i protagonisti del racconto chiamano i propri genitali): ma questa pare francamente troppo sottile per essere vera.

“Aftermath” arrivò al primo posto nella classifica degli LP in Inghilterra e al secondo negli States, dove ne venne pubblicata – come spesso accadeva – una versione diversa, più corta e che includeva “Paint It, Black”… che però merita un capitolo a parte.

L’articolo nella sua forma originale lo trovate su ‘Non Siamo Di Qui’, che ringraziamo pe la gentile concessione

Pubblicazione: 15 aprile 1966 (UK)
Durata: 53:20
Dischi: 1
Tracce: 14
Genere: Blues rock, Rock psichedelico, Rock and roll
Etichetta: Decca Records, London Records, ABKCO Records
Produttore: Andrew Loog Oldham

Tracklist:

Mother’s Little Helper
Stupid Girl
Lady Jane
Under My Thumb
Doncha Bother Me
Goin’ Home
Flight 505
High and Dry
Out of Time
It’s Not Easy
I Am Waiting
Take It or Leave It
Think
What to Do


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