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“Nessun dubbio sul ruolo determinante del cambiamento climatico nelle inondazioni in Nepal”: la conferma degli esperti

Il cambiamento climatico causato dall’uomo è stato un fattore determinante per il crollo di ghiacciai e massi avvenuto il mese scorso in Nepal. Lo ha confermato uno studio pubblicato dal gruppo World Weather Attribution (Wwa). Le improvvise inondazioni, che hanno determinato la morte di migliaia di persone, sono state determinate da una serie di concause, spiegano gli esperti. Il terremoto di magnitudo 7.8 che ha colpito il Nepal nel 2015 potrebbe aver indebolito la roccia montuosa, ma i fattori più rilevanti dipendono dal generale aumento delle temperature. Luglio e agosto 2026 sono stati i mesi più caldi mai registrati localmente e le abbondanti nevicate invernali hanno contribuito ad aumentare la quantità di acqua sulla catena dell’Himalaya prima del crollo.

“Il riscaldamento incessante ha innalzato la quota dello zero termico sull’alta catena dell’Himalaya, esponendo il ghiaccio e il permafrost presenti in profondità nella roccia madre a temperature di scioglimento più elevate e prolungate, indebolendo così i versanti montuosi”, si legge nel rapporto del Wwa. Il 26 agosto, un’enorme porzione di roccia e ghiaccio si è staccata dal monte Langtang Lirung, innescando una violenta ondata di acqua, ghiaccio e detriti che si è riversata a valle, distruggendo comunità e infrastrutture.

Secondo i climatologi, il rischio è per la stabilità stessa delle montagne: lo scongelamento del terreno, che dovrebbe invece aiutare a tenere unita la roccia, e il ritiro dei ghiacciai causato dall’aumento delle temperature, rappresentano anche una minaccia concreta per le comunità che vivono nelle strette valli fluviali sottostanti. Secondo la climatologa Friederike Otto, esperta dell’Imperial College di Londra e coautrice dello studio, l’ecosistema montano e le società locali sono più vulnerabili agli impatti climatici rispetto alla pianura. “Piccoli cambiamenti nelle temperature influenzano la stabilità della terra stessa”, ha affermato. I sistemi di allarme e i piani di riduzione del rischio, che tra le altre cose erano presenti in Nepal, non sono sufficienti perché, a differenza delle inondazioni causate da piogge che possono essere preventivate, i crolli catastrofici dei pendii in alta montagna possono arrivare all’improvviso.

Nelle valli himalayane si concentra il maggior volume di neve e ghiaccio al di fuori delle regioni polari e parte della destabilizzazione montuosa è già iniziata. Il geoscienziato Jakob Steiner, che non è tra gli autori del rapporto ma che lavora nella regione himalayana dal 2006, ha affermato che “il terreno rimasto sotto il ghiaccio per centinaia e migliaia di anni sta ora diventando scoperto”. Il ghiacciaio Langtang Lirung, situato nella regione in cui si è verificato il disastro il mese scorso, si è ritirato di circa mezzo chilometro dagli anni ’90 e almeno dieci dei principali sistemi fluviali asiatici – che garantiscono la sicurezza alimentare, idrica ed energetica di miliardi di persone – sono alimentati dagli oltre 63.000 ghiacciai nell’area, esposti per il 78% al riscaldamento.

“La cosa più importante per ridurre al minimo il rischio in questa regione è smettere rapidamente di usare i combustibili fossili che portano all’aumento delle temperature globali”, ha affermato Otto. Secondo la studiosa, la combinazione di questi fattori potrebbe rendere eventi, come quello che in Nepal ha causato più di 1.300 morti e oltre 5.000 dispersi, molto più frequenti.

L’articolo “Nessun dubbio sul ruolo determinante del cambiamento climatico nelle inondazioni in Nepal”: la conferma degli esperti proviene da Il Fatto Quotidiano.


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