Il potenziale dello sport come strumento di integrazione
L’Italia ha chiuso al primo posto posto nel medagliere dei recenti Europei di atletica e al secondo quelli di nuoto. Risultati eccezionali, come quelli delle ragazze del volley che hanno aggiunto ad un palmarès impressionante anche il titolo di vice-campioni continentali. Risultati di cui si è giustamente parlato molto, mettendoli a confronto con quelli tutt’altro che esaltanti del calcio.E che vale la pena esaminare anche in chiave di integrazione economica e sociale, oltre che chiaramente sportiva, dei New Italians.
Tra gli azzurri che a Saint-Denis e Birmingham hanno complessivamente conquistato 65 medaglie sono infatti numerosissimi i connazionali di prima generazione. Si va da chi è nato in Italia da genitori stranieri come il veterano (32 anni) Eseosa Fostine “Fausto” Desalu e la matricola (19 anni) Mohamed Soudassi a chi invece è nato all’estero e cresciuto nel nostro paese diventando successivamente italiano come Dariya Derkach e Alexandrina Mihai. Senza dimenticare Andy Diaz, esule politico.
Ancorché strettamente parlando non siano New Italians, ci sono poi gli atleti nati in Italia da un genitore italiano e uno straniero, come Sara Curtis, Carlos D’Ambrosio e Dalia Kaddari; ancora diverso è il caso di quelli i cui genitori o nonni italiani sono emigrati, ma conservando la la cittadinanza hanno potuto trasmetterla, come la canadese Sarah Jodoin di Maria e il sudafricano Zane Weir. Un motivo diffuso di naturalizzazione è poi contraendo matrimonio: non ci sono casi così quest’anno, anche se Larissa Iapichino è figlia di Fiona May, diventata italiana quando convolò a nozze con Gianni Iapichino.
C’è insomma abbondante evidenza di come anche in Italia i talenti tra gli immigrati e le altre tipologie di Nuovi Cittadini possano essere valorizzati e possano valorizzare il paese. È particolarmente interessante il ruolo dello sport nel contesto più ampio dei problemi dell’integrazione della seconda generazione. I successi nello sport contribuiscono a formare un’immagine diversa delle comunità immigrate (il Financial Times cita spesso il caso del calciatore egiziano del Liverpool Mohammed Salah) e a rafforzare l’orgoglio nazionale e il soft power – non a caso si parla sempre di più di diplomazia sportiva, anche alla Farnesina il prossimo 14 settembre.
Senza nulla togliere al contributo dei campionissimi, il potenziale dello sport come strumento di integrazione parte dalla pratica amatoriale – e non si limita certo alla trita retorica dello sport come antidoto alle cattive frequentazioni. Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 29 maggio ha acceso il dibattito sul ruolo della scuola e degli insegnanti sull’inclusione degli studenti di culture diverse. Formare i docenti in questo campo è certo difficile e il loro enorme impegno spesso non è coronato dal successo. Lo sport offre una via alternativa e complementare per l’integrazione, meno dipendente dalla conoscenza della lingua ma efficace nel trasmettere la cultura del paese di destinazione, fatta di fiducia, collaborazione e disciplina. In termini tecnici si parla di creazione del “capitale sociale” (Putnam 2000) che forse è più importante che assicurare eccellenze sportive. Diversi studi condotti in Italia e altrove indicano che lo sport in quanto linguaggio universale per tutti quelli che partecipano e che si impegnano potrebbe e dovrebbe essere più utilizzato nelle scuole primarie ed in attività sociali di integrazione. L’insegnamento che impartisce inizia col riconoscimento, l’inserimento in un gruppo, la socializzazione e soprattutto il rispetto degli altri e la disciplina, ed avvicina le persone.
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