Meraviglie e leggende di Genova

Chiunque abbia provato a trovare un indirizzo nel centro storico di Genova sa bene la sensazione: si cerca il numero 14, lo si trova, ma è nero. Quello cercato è rosso, e si trova dall’altra parte della strada, con una numerazione completamente diversa. Non è un errore, non è un capriccio urbanistico.
Quello che forse non si sa è che dietro a questa particolare numerazione a due colori c’è una storia che risale alla metà dell’Ottocento e che ha cambiato il modo di orientarsi in città.
Per capire perché Genova ha due colori di civici, bisogna partire da come erano prima. Fino alla metà dell’Ottocento, infatti, si utilizzava un sistema di numerazione per sestieri, lo stesso adottato a Venezia.
I numeri seguivano l’ordine cronologico di costruzione degli edifici. Capitava così che un edificio costruito dopo il vicino avesse un numero molto più alto, indipendentemente dalla posizione sulla strada. Questo generava confusione e difficoltà a trovare indirizzi, soprattutto per chi non conosceva il luogo.
Con la crescita della città durante il periodo del Regno di Sardegna, quella approssimazione non era più sostenibile. Serviva un sistema razionale.
Quel sistema non tardò ad arrivare.
Il 31 gennaio 1855, durante la giunta del sindaco Domenico Elena, una commissione municipale approvò una delibera che avrebbe cambiato il volto visibile della città.
Si decise allora di vagliare diversi modelli europei prima di scegliere quale sistema facesse al caso di Genova.
La scelta cadde sul sistema francese: due numerazioni parallele sulle stesse strade, distinte per colore e per funzione. I civici neri per le abitazioni private, i civici rossi per le attività commerciali e i pubblici esercizi. Una logica elementare che, però, richiedeva di raddoppiare il sistema di segnaletica su ogni via della città.
La commissione aveva anche valutato l’introduzione di un terzo colore, l’arancione, per ulteriori distinzioni ma la proposta fu scartata perché avrebbe significato ordinare una terza tipologia di piastrelle alla manifattura di Staglieno, con costi che la giunta non intendeva sostenere. Così il sistema rimase a due colori, e in quei due colori è rimasto fino ad oggi.
Quel che rende il sistema genovese ancora più singolare è la sua quasi unicità nel panorama italiano. Le città che condividono la distinzione cromatica tra civici residenziali e commerciali sono solo Firenze e Savona. Nel resto d’Italia si sono adottate soluzioni diverse: Milano usa le lettere per distinguere le destinazioni d’uso, Venezia ha mantenuto il sistema dei sestieri che Genova aveva abbandonato proprio nel 1855.
Altrove in Europa il doppio colore è sconosciuto o quasi. Il che fa di Genova un caso di storia urbana particolare.
Come ogni sistema antico che si confronta con una città viva e in trasformazione, anche quello genovese ha le sue irregolarità. Via Monte Rosa, costruita negli anni Sessanta del Novecento, ha solo civici neri: quando fu edificata, il criterio della doppia numerazione fu applicato in modo parziale o non applicato del tutto. Corso De Stefanis e via Robino mantengono invece la distinzione originale nella sua forma più classica. Via Invrea rappresenta un caso a sé: la progressione numerica è invertita rispetto alla logica standard, un’anomalia che ancora oggi genera confusione.
Negli anni Sessanta si discusse di eliminare i civici rossi per unificare la numerazione, semplificando la vita a residenti e visitatori. Il tentativo non andò in porto. Nel 2000 la commissione di Toponomastica approvò una delibera, datata 30 maggio, che andava nella stessa direzione: abolire i rossi, passare a un’unica serie numerica. Anche quella volta, nulla cambiò in modo sostanziale.
Le ragioni della mancata modifica sono molteplici. C’è da considerare infatti il costo e la complessità della riassegnazione degli indirizzi, la necessità di aggiornare la documentazione dei registri catastali e non solo. Non si può poi non tenere conto dell’abitudine delle persone.
Il nero e il rosso di Genova, dunque, non sono una stranezza. Sono una delibera del 1855, una commissione che voleva risparmiare sulle piastrelle. Sono, in fondo, un modo di leggere la città.




