Lazio

giovani comunisti e Fiom attaccano i politici del Pd – Il Tempo


Al corteo del 1° maggio a Torino i due gruppi cercano di cacciare i dem Il Nazareno paga la sua incapacità di condannare le piazze violente

Aldo Rosati

Incerti del mestiere: chi soffia sul fuoco si brucia. Quello che è successo a Torino nel corteo del Primo Maggio, con gli antagonisti di Askatuna che portano lo scompiglio: sassate e scontri con la Polizia. Ad un certo punto poi uno spezzone della manifestazione, quello dei giovani comunisti, collocati accanto alla Fiom, si è rivoltato contro la delegazione Pd. Un vero e proprio parapiglia, con spintoni e insulti livorosi: «Uscite dal corteo».

Il Nazareno paga l’ambiguità degli ultimi mesi: prima il tentativo di dialogo con lo storico centro sociale sgombrato nel dicembre scorso, poi il galleggiamento in un’area di confine molto sbiadita. La raccomandazione di Elly Schlein: teniamo aperto il canale con i “compagni che sbagliano”, il nemico è a destra.

Una linea che aveva mostrato già tutti i suoi limiti nel recente passato, con la città messa a soqquadro dalle intemperanze di Askatasuna. Il bis registrato venerdì così è solo una conferma, non certo un improvviso inciampo.

È il sindaco di Torino Stefano Lo Russo a interpretare lo smarrimento dem: «Gli episodi di violenza che si sono verificati nella manifestazione per il Primo Maggio vanno condannati con estrema fermezza». Poi lo zuccherino: «Non hanno nulla a che vedere con lo spirito di un corteo di migliaia di persone che questa mattina sono scese in piazza per difendere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori». È l’estremo tentativo di salvare il salvabile: ci sono i buoni e i cattivi. Lo stesso spartito che tiene in piedi il segretario cittadino Pd, Marcello Mazzu: «Condanniamo i nuovi e gravi episodi di violenza che si sono verificati a lato della manifestazione del Primo Maggio ed esprimiamo solidarietà alle forze dell’ordine». Spazio allo sconforto: «Ancora una volta le cause che portano migliaia di persone in piazza pacificamente vengono, in qualche modo, messe in secondo piano per le azioni violente di una minoranza di persone».

 

Un cortocircuito ampiamente annunciato. E derubricato: nessun nemico a sinistra. Flebile o assente la condanna dei partner del campo largo, in modo particolare Avs, da sempre molto vicina, almeno nel capoluogo piemontese, all’area degli antagonisti. Tanto che il vicecapogruppo a Montecitorio Marco Grimaldi all’indomani degli scontri di febbraio tuonò: «Non ci sarebbero mai stati senza lo sgombero di Askatasuna».

Poi la condanna che sa tanto di assoluzione: «Così si fa il gioco di chi vuole i decreti di sicurezza». La benedizione allora arrivò anche da un’esperta della materia, l’eurodeputata Ilaria Salis: «Bisogna rispondere agli attacchi repressivi del Governo rilanciando sull’allargamento delle lotte sociali: è la strada giusta da percorrere insieme, a Torino e in tutta Italia». Uno che ha visto (e denunciato) per tempo la crescita del fronte estremista è l’ex senatore dem Stefano Esposito. «Ho pagato per aver fatto nomi e cognomi di chi organizzava e copriva Askatasuna e il movimento No Tav, l’anima violenta, che poi sono la stessa cosa», la sua “profezia”, ignorata dai vertici romani e torinesi del partito.

Uno schema che si ripete puntualmente in tutta Italia con il movimento pro Pal. Un finale senza sorprese: a forza di inseguire chi urla, si diventa afoni. 


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