Politica

L’eredità di Pannella, il libertino timorato che a otto anni diventò radicale

Ogni tanto mi diceva: «Quando lo scriviamo un libro “contro” Leonardo Sciascia? Se lo merita. È ora di trattarlo come un classico invece di accendergli i lumini». Rileggo queste parole pensando che domani Pannella, a dieci anni dalla morte, sarà scolpito nel corridoio dei busti di Montecitorio, il corridoio della Patria di marmo, e commemorato in aula da orazioni infervorate con l’anedottica di mille narcisismi. E sarà risarcito nella toponomastica: viali, parchi, targhe, giardini, chiamati “Pannella” non per non perderci, ma per non perderlo. E nel cimitero di Teramo sarà restaurato anche il volto di ceramica che — cattivo presagio — dieci fa andò subito in mille pezzi: era triste e brutto e domattina sarà bello e allegro con quella sua grande bocca piena di denti, che rimasero bianchi nonostante le 90 sigarette al giorno.

Capita in Italia che le minoranze eroiche siano comiche. C’era qualcosa di umoristico quando i politici contro cui Pannella digiunava correvano a coccolarlo e cercavano di nutrirlo a forza: «Marco, sei un diavolo, ma ti voglio bene».

Ebbene, di nuovo Pannella è ora messo in lapide — lapidato — dal necroromanticismo nazionale, ma non ancora consegnato alle grandi università, analizzato in convegni internazionali dagli storici e dagli scienziati della politica, riconosciuto come l’archetipo italiano della libertà, proprio come Garibaldi è l’archetipo dell’uomo d’azione, Berlinguer della moralità, Gramsci del pensiero profondo e Papa Giovanni della bontà. Perché l’Italia fa “cippalippa” con il morto, ma non vuole capire, conoscere, studiare il vivo?

La verità è che Pannella è il più disprezzato avversario che oggi la sinistra italiana si ritrova vivo senza averlo ancora risarcito. Da quando ha mandato in soffitta marxismo e comunismo ed è diventata liberale, europeista, libertaria, antiproibizionista, persino antistatalista e referendaria, da quando la sinistra ha scoperto la civiltà dei diritti, la libertà sessuale e il fine vita, lo ius soli, lo scandalo delle carceri, nessun ex o postcomunista ha mai confessato, mentre se ne appropria, che questo è il pensiero di Pannella.

Troppe generazioni di comunisti hanno ripetuto che «gratta gratta, sotto la scorza di un radicale, si nasconde un fascista». Renato Guttuso, pittore, esteta ma disciplinato comunista, la diceva così: «Mi insospettiscono gli uomini con gli occhi azzurri come Pannella», occhi sovversivi e sentimentali come quelli di Garibaldi. In quegli anni, per gli uomini in abito grigio e pancia rotonda, era tutta “sospetta” l’estetica di Pannella, verticale, magrissimo, in girocollo e mantelli neri: «È arrivato Dracula», titolò l’Unità. «Io non amo i rivoluzionari — scrisse Marco in una pagina famosa che sintetizzo — ma gli obiettori, i fuorilegge del matrimonio, i capelloni proletari anfetaminizzati, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, la gente con il suo intelligente qualunquismo… Ci sono troppe splendide cose che si possono fare con il nemico per pensare ad eliminarlo».

E non è stata ancora scritta la biografia, critica e irrispettosa come piacerebbe a lui, anche se esistono alcuni ottimi libri “radicali”. Ci provò Umberto Eco: «Negli anni settanta — mi raccontò in un’intervista per il Venerdì — ci vedevamo a Roma, dove Pannella si ubriacava di amaro Centerbe mentre raccontava molte cose interessanti. Gli proposi un capitolo finale per spiegare la sua ideologia politica. Non ne fece nulla». Perché? Sorriso: «Perché non ce l’aveva».

Pannella, che qualche volta si aggiustava i connotati, sempre raccontava i suoi primi otto anni come il frattale radicale della sua vita e dell’intero mondo: «C’è già tutto», diceva con la benedizione dello psichiatra Massimo Fagioli, quello che inventò la “Teoria della nascita” dopo aver liquidato Freud come «un sadico imbecille» e le sue tesi come «fregnacce». Nell’archivio di Radio Radicale c’è un affascinante e bizzarro dialogo di due ore tra Pannella e Fagioli che seppelliscono anche Jung, Adler, Reich e tutti i geni della psicanalisi: «Esclusi i presenti».

E così nel primo amore a sette anni per una bambina ebrea di nome Adria, costretta a fuggire con la sua famiglia, Pannella trovava l’origine della proposta radicale — come si fa a non essere d’accordo? — di fare di Israele uno degli stati dell’Unione Europea. Voleva portare Israele in Europa per saldare il debito storico verso gli ebrei, fermare l’antisemitismo nell’Europa “filo araba”, ma soprattutto per restare fedele… a Adria «con cui giocavo a palla prigioniera sulla spiaggia di Giulianova».

Sembra un sogno felliniano dare la forma di una bambina bionda alla democrazia da proteggere in Israele e da promuovere nei territori confinanti «bombardandoli» di volantini per «israelizzare il Medio Oriente». Nel 1988, in piena Intifada, organizzò a Gerusalemme i lavori del Partito. Sergio Rovasio ha raccontato i paradossi comici degli italiani che irritavano gli israeliani perché si spostavano solo su taxi arabi per sfuggire alle pietre arabe contro gli israeliani. Il Partito riuscì a riunirsi a Gerusalemme, ma nella zona araba. È vero che non bisogna far parlare i morti, ma oggi Pannella sarebbe inorridito per l’introduzione nell’Israele democratica della pena di morte su base etnica applicabile (solo) ai palestinesi considerati terroristi.

Pannella raccontava pure di avere scoperto a otto anni, grazie alla bellezza di un ragazzo francese che non voleva andare in guerra, il diritto all’obiezione di coscienza. E l’antifascismo era la musica dell’insegnante di violino a Pescara, il maestro Righetti, emiliano, che solo in francese, la lingua madre di Marco, trovava il coraggio di rivelarsi. Eccoci al cuore di Pannella: la mamma francese, che gli cambiò il nome Giacinto che «papà aveva voluto in onore dello zio prete al quale doveva molto. Ma Jacinthe in francese è il nome-tipo del soldatino obbediente e fessacchiotto: battezzato Giacinto, divenni subito Marco». Insieme a quel naso affilato che ne fece un altro uomo-naso italiano, aquilino e predatore, l’eredità più preziosa che Marco diceva di avere ricevuto dalla madre era «l’amore come motore della storia». E qui il liberale si faceva cristiano, buddhista, gandhiano… si imbrogliava con tutte le religioni, “meticcio di Dio”. Finché Andrée Eugénie Estachon fu viva, Marco — “libertino timorato” — non parlò mai di Jean-Yves che aveva incontrato per strada a Parigi «e quel giorno nacque… un amore vero che ha coinvolto anche Mirella», la compagna di Pannella. «È Mirella che l’ha curato in casa nostra per mesi. Poi Jean-Yves se ne andò, portato via dall’Aids». Pannella fu sempre libertino ma fingendosi monogamico («quasi» diceva) e fu persino geloso di Mirella Parachini, «la donna della mia vita», che “rapì” sedicenne a un congresso radicale e insieme a lei “mimò” il matrimonio finché-morte-non-vi-separi anche quando si erano lasciati. «Diceva — ha spiegato Mirella — che il matrimonio dovrebbe arrivare alla fine e non all’inizio della vita insieme. Aveva ragione». In quei suoi mitici otto anni, nel 1938, Pannella diceva di avere anche capito che il divorzio era un diritto perché, ospite di una coppia francese, vide volare i piatti e «quando invece si separarono fu una festa», proprio come a Piazza Navona nel giorno della vittoria del più famoso dei suoi referendum. Insomma Pannella, il cui padre, il camerata ingegnere Leonardo, fu segretario del Fascio di Teramo, si era messo in testa di essere stato pannelliano già da bambino e anche da neonato.

Era comico Pannella anche quando acchiappava un microfono e non lo mollava più stancando chiunque con la sua prosa ellittica che perdeva senso e acquistava suono. Pannella fu il campione dell’ostruzionismo, del parlare per perdere tempo, reazione nobile a tutte le mille diavolerie antidemocratiche, l’eloquio che diventava sproloquio per annegare nella logorrea le leggi liberticide. Ma la parola come espediente si contagiò come un vizio. E l’ostruzionismo, che Renzo Arbore ribattezzò «strunzionismo», ispirò a Vittorio Gassman l’oratoria e la gestualità ampia di Brancaleone che usava il ronzino spelacchiato come fosse un palchetto: satira straordinaria del comizio, della retorica nazionale, del latinorum e pure di Pannella.


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