Lazio

le ong dietro le proteste – Il Tempo


Foto: Ansa

Alessandro Bertoldi

Quelle dei ProPal non erano manifestazioni spontanee “dal basso”, ora è provato da un dossier. Le grandi manifestazioni proPal che dal 7 ottobre 2023 hanno riempito le strade europee non sono mai state un moto spontaneo. Il Tempo lo aveva scritto più volte anche durante le proteste in Italia e io ho cercato di spiegare il fenomeno nel mio libro “Il nuovo impero del male” (Curcio Editore). Ora lo sostiene NGO Monitor in un rapporto sul Regno Unito: “Influenza importata: finanziamenti esteri, vuoti regolatori e connessioni estremiste dell’infrastruttura delle proteste britanniche dopo il 7 ottobre”, pubblicato il mese scorso e presentato alla Camera dei Lord. Lo studio mappa 40 proteste e campagne di mobilitazione tra ottobre 2023 e la primavera-estate 2026 e ricostruisce chi le organizza, chi le finanzia e con chi quelle organizzazioni e persone sono in contatto. Il quadro è totalmente diverso da quello rappresentato finora dalla maggior parte dei media mainstream, che invece hanno sempre sottolineato che si trattasse di un moto popolare solidaristico degli occidentali, di manifestazioni di piazza totalmente spontanee. In 32 delle 40 proteste analizzate, cioè nell’80% dei casi, sono 6 i gruppi dietro l’organizzazione delle piazze: Friends of Al-Aqsa, Stop the War Coalition, Muslim Association of Britain, Palestinian Forum in Britain, Palestine Solidarity Campaign e Campaign for Nuclear Disarmament. Attorno a loro ruota un ecosistema più ampio di circa 40 organizzazioni. Jeremy Corbyn, leader della sinistra radicale, compare in più ruoli contemporaneamente, in almeno tre di queste organizzazioni.

 

 

Ben 11 delle 40 organizzazioni hanno legami con attori estremisti o hanno cooperato con il regime iraniano e i Pasdaran, Hamas, Hezbollah, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina o i Fratelli Musulmani. Il tutto è documentato dalle foto degli incontri e dalle dichiarazioni. La Muslim Association of Britain, collegata alla galassia dei Fratelli Musulmani, e l’Islamic Human Rights Commission, già descritta in una revisione indipendente britannica come allineata ideologicamente al regime di Teheran, sono due esempi chiari. CAGE e Palestine Action, invece, raccolgono anche fondi in criptovalute: il 15 giugno 2026 la Court of Appeal britannica ha confermato la messa al bando di Palestine Action, ritenendo che promuova in modo esplicito la violenza e il terrorismo. Finanziatori e influenza sono spesso legati al regime iraniano. L’Islamic Centre of England, a Maida Vale, è da anni al centro di inchieste della Charity Commission: l’imam Seyed Hashem Moosavi è stato indicato come rappresentante nel Regno Unito dell’ayatollah Khamenei. Infatti, lo statuto del centro prevedeva che almeno un trustee fosse il rappresentante ufficiale della Guida Suprema, clausola poi rimossa. NGO Monitor inserisce questo tipo di attori nella rete che alimenta, finanzia e legittima la mobilitazione.

 

 

I soldi sono il punto più opaco. Il rapporto parla di milioni di sterline in arrivo da varie raccolte fondi poco trasparenti, anche attraverso criptovalute. Per quattro dei sei organizzatori principali delle manifestazioni, NGO Monitor non è riuscita a identificare le fonti di finanziamento. Delle 40 organizzazioni, 10 sono charity, 8 società, 9 ibridi e 13 operano fuori da qualsiasi quadro regolatorio britannico, pur raccogliendo fondi dai cittadini. Qualcosa di simile a quanto abbiamo visto nell’inchiesta di Genova sui finanziamenti dall’Italia ad Hamas, ma in UK la rete sarebbe ancora più vasta. Diciannove ricevono denaro pubblico britannico via FCDO o Gift Aid. Almeno 11 ricevono fondi diretti e indiretti da contribuenti di Stati Uniti, Belgio, Commissione europea, Irlanda, Norvegia, Scozia, Svezia e Svizzera. Si aggiungono fondazioni statunitensi come Open Society Foundations (della famiglia Soros) e piattaforme come Action Network. C’è anche una campagna per il reclutamento dei giovani. Friends of Al-Aqsa spinge i ragazzi a “get active for Palestine”. Inoltre, l’autorevole Amnesty International UK gestisce il programma Rise Up, che NGO Monitor descrive come un canale di formazione all’attivismo anti-israeliano. Il dossier riguarda fatti avvenuti nel Regno Unito, ma la rete è europea e internazionale, il problema è globale e quindi anche italiano.


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