Società

Lavoratori della scuola verso i 70 anni di pensione, Italia ignora il burnout. Anief lancia l’allarme: “Silenzio assordante, serve una protesta come in Francia”

La riforma Fornero continua a mordere e dal 2027 le lancette dell’orologio pensionistico riprenderanno a girare verso l’alto. L’adeguamento alla speranza di vita farà salire gradualmente i requisiti per lasciare il lavoro, e tra i comparti più esposti c’è quello della scuola.

Ma c’è un paradosso che Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, denuncia con durezza: chi ogni giorno gestisce classi sempre più complesse e tensioni educative crescenti, dovrebbe poter smettere prima, non dopo.

E invece il sistema previdenziale imbocca la strada opposta. Niente flessibilità, niente riconoscimento della fatica psicofisica. Solo un meccanismo automatico che spingerà molti insegnanti e personale Ata verso i 67 anni e oltre, con il rischio concreto di toccare quota 70 nel giro di pochi anni.

Un’iniquità che nessuno vuole vedere

Pacifico usa parole pesanti: parla di “silenzio assordante” attorno a questo innalzamento progressivo. Un’assuefazione che preoccupa più della misura stessa. Perché mentre in Francia, lo scorso anno, la piazza ha fermato il progetto di portare l’età a 63 anni, in Italia la scuola guarda e tace. Eppure le forze dell’ordine, con la loro protesta, sono riuscite a mantenere il requisito a 60 anni. Per i professori, invece, si va ormai oltre i 67, con una prospettiva che fa tremare i polsi.

Il leader del sindacato autonomo lancia un appello senza mezzi termini: serve una presa di coscienza critica di tutti i 1,3 milioni di lavoratori del comparto istruzione e ricerca. Perché il problema non è solo pensionistico, è culturale. È la rassegnazione a essere il vero nemico.

Burnout dimenticato, laurea mai riscattata

L’Anief non è nuova a queste battaglie. Dal 2011, anno dell’entrata in vigore della riforma Fornero, il sindacato si è mosso su più fronti. Ha organizzato ricorsi, scioperi, manifestazioni. Ha portato avanti studi sul burnout docenti con esperti come il dottor Vittorio Lodolo Doria, cercando di ottenere il riconoscimento del lavoro usurante per il personale scolastico.

Un parziale risultato è arrivato con la legge 234/2021, che ha accolto un emendamento Anief per le sole educatrici dell’infanzia, oggi tra le poche a poter accedere all’Ape sociale a 63 anni insieme ai maestri della primaria. Ma resta un goccia nel mare. Il resto del personale continua a essere ignorato, come se insegnare ogni giorno davanti a una classe non comportasse uno stress paragonabile ad altre professioni già riconosciute come gravose.

E poi c’è la questione del riscatto della laurea. Oggi un ufficiale dell’esercito può farlo gratuitamente. Un insegnante con titolo universitario no. Pacifico definisce la cosa incredibile, e ha ragione. Per questo l’Anief ha lanciato una petizione nazionale che in pochi mesi ha superato le 150 mila firme, portando nel 2025 alla presentazione di una proposta di legge in Senato (S 1413-XIX legislatura) per introdurre un riscatto agevolato a 900 euro l’anno per tutto il personale del comparto istruzione e ricerca.

L’Europa ascolta, il Ministero tace

Il tema del burnout è arrivato anche in Commissione Europea, dove i rappresentanti Anief hanno portato il problema durante i lavori della CESI. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito, attraverso l’Osservatorio sulla sicurezza, è stato sollecitato più volte. L’Aran è stata chiamata a inserire la questione nella contrattazione del CCNL 2025-2027. Ma i passi avanti restano lenti, quando non inesistenti.

Il rischio concreto è che il personale scolastico continui a invecchiare tra i banchi senza che nessuno si accorga della fatica, senza che la politica riconosca la specificità di un lavoro che non è solo trasmissione di nozioni, ma gestione emotiva, relazionale, educativa. Un lavoro che logora, e che andrebbe protetto invece che penalizzato.

Un appello che non è solo sindacale

“Facciamo i fatti, non ci limitiamo alle parole”, ripete Pacifico. E i fatti sono le decine di migliaia di firme raccolte, le battaglie legali vinte e perse, le denunce portate in Europa. Ma senza il sostegno dei diretti interessati, senza un risveglio delle coscienze, tutto rischia di restare un esercizio di stile.

L’invito del sindacato è chiaro: uscire dalla rassegnazione, capire che l’unione fa la forza, sostenere le azioni già in corso. Perché se la Francia ha saputo dire no, se le forze dell’ordine hanno ottenuto il loro trattamento speciale, non c’è ragione per cui la scuola debba accettare passivamente un futuro fatto di anni di lavoro in più e riconoscimenti in meno.

Il 2027 si avvicina. I requisiti saliranno. La domanda è: qualcuno alzerà la voce prima che sia troppo tardi?


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