La Notte della Taranta 2026 incanta l’Europa, a Melpignano 150mila cuori battono al ritmo della “pizzica”. Il Mediterraneo di Ermal Meta e l’inno di Beyoncé che diventa “tutte le zitelle”: il racconto della serata
C’è qualcosa di potentissimo, di profondamente ancestrale, che ogni anno sul finire dell’estate spinge decine di migliaia di persone a radunarsi nel prato davanti all’ex Convento degli Agostiniani, alle porte di Melpignano. Si balla per ore, sfidando il caldo denso e il sudore, rapiti da un ritmo incessante a cui è fisicamente impossibile resistere: quello della pizzica. Un rito collettivo, una danza antichissima, nata non per diletto, ma come vero e proprio rito curativo per liberare i “tarantati” dal veleno inoculato dal morso del ragno (la tarantola), ma a volte più semplicemente per lasciarsi andare, sfogare rabbia repressa, stanchezza e frustrazione per le condizioni di vita all’epoca non agiate e lasciarsi poi cadere a terra esausti e pacificati. Un esorcismo musicale in cui il battito frenetico portava all’esaurimento fisico e, infine, alla guarigione. È proprio per rievocare questa radice viscerale che 29 anni fa ha preso vita il Concertone della Notte della Taranta. Un evento nato per ricordare e tramandare alle nuove generazioni quelle antiche sere d’estate a fine raccolto, quando si ballava sull’aia al ritmo crudo dei tamburelli e dei violini, intonando a squarciagola i canti della tradizione popolare. Una magia che quest’anno ha abbattuto un nuovo confine: per la prima volta nella sua storia, lo spettacolo è stato trasmesso non solo in diretta su Rai 3, ma in Eurovisione.
L’apertura solenne e la macchina perfetta
Ieri sera, davanti a oltre 150 mila persone e sostenuto da una macchina organizzativa collaudata e impeccabile, il rito si è compiuto ancora una volta. L’inizio è stato denso di significato istituzionale: le note dell’Inno d’Italia, riarrangiate dal maestro concertatore Ermal Meta e scandite dai tamburelli, hanno celebrato gli 80 anni della Repubblica, mentre sui maxischermi scorrevano le suggestive immagini delle teche Rai del 2 giugno 1946. A guidare la serata, con una conduzione fluida, istituzionale ma sempre empatica, la nuova coppia formata da Ema Stokholma e Aurora Leone, che si sono tolte i tacchi sul palco e non hanno trattenuto qualche passo di danza per mescolarsi all’energia della piazza. La scaletta ha regalato fin dai primi istanti un’immersione totale nella tradizione, aprendo alla grande con alcuni dei brani più celebri del Salento. A infiammare subito la platea è stata la magistrale e viscerale interpretazione di Alessandra Amoroso, che ha dominato il palcoscenico con Santu Paulu meo de le tarante.
Il corpo di ballo, i costumi e la scenografia valoriale
A rendere lo spettacolo visivamente travolgente ha contribuito il corpo di ballo diretto dal coreografo Fredy Franzutti. Le coreografie sono riuscite nell’intento di unire la purezza della tradizione – mimando in modo spettacolare anche l’antica danza delle spade – a linguaggi corporei più spiccatamente contemporanei. Un connubio esploso in tutta la sua potenza emotiva durante l’esibizione di Levante: la cantautrice ha interpretato la straziante canzone d’amore Beddha ci dormi tramutandola in una ninna nanna cullante e malinconica, abbracciata da passi di danza moderni, intensi e carichi di drammaticità.
Sublime la fattura dei costumi, perfetti nel rievocare le vesti tradizionali del passato e resi dinamici dai numerosi cambi d’abito dei ballerini, studiati per adattarsi alle specifiche atmosfere dei singoli brani in scena. In questa narrazione visiva ha assunto un ruolo centrale, per significato e precisione artigianale, l’outfit indossato da Alessandra Amoroso. Il completo, declinato in delicate nuance crema, si ispirava palesemente agli abiti tradizionali delle donne salentine tarantate, immortalate negli anni Cinquanta e Sessanta dalle ricerche fotografiche di Chiara Samugheo e Franco Pinna. L’ensemble a due pezzi, dalla silhouette fluida, è stato disegnato dalla stilista Marina Eerrie, che guida il suo atelier da Ostuni. Il corpino a spalline sottili stringeva volutamente una sottoveste bianca, a simboleggiare l’oppressione psicofisica da cui la taranta liberava; il suo tessuto in rilievo è stato realizzato dal rinomato laboratorio artigianale salentino de “Le Costantine”, noto per le collaborazioni con Dior. La gonna ampia, arricchita da increspature, morbidi drappeggi e un’arricciatura laterale con fiocco, assecondava i movimenti rendendo l’abito classico e moderno allo stesso tempo. A completare l’omaggio alla terra d’origine sono stati gli accessori: gli “Orecchini Tamburello” in argento dorato creati da futuroRemoto, veri e propri gioielli sonori pensati per evocare i ritmi ancestrali. “Questo abito è per me la celebrazione del lavoro, impegno, dedizione, amore e storia delle donne della mia terra”, ha commentato la cantante.
Ad accompagnare l’impatto dei costumi, una scenografia volutamente più semplice ma non meno suggestiva: i visual di Sergio Pappalettera e il Tarantype di Lorenzo Marini facevano scorrere sui ledwall le parole chiave dei brani, trasformando il palco in un monito visivo che spingeva i presenti a riflettere sui valori trasmessi dalle canzoni.
La calibrazione dei ritmi e la magia segreta della “ronda”
Lo spettacolo, durato oltre tre ore, ha mostrato una calibratura millimetrica, alternando brani dai ritmi forsennati a momenti più lenti e struggenti. Una sinergia in cui il pubblico seguiva costantemente i colpi dei tamburelli dell’Orchestra Popolare, amplificandone la portata. Eppure, uno dei momenti più densi di emozione è stato vissuto in esclusiva assoluta da chi era fisicamente presente nel prato. Durante la pausa televisiva per l’edizione di mezzanotte del telegiornale, a telecamere spente, ha preso vita la “ronda“: il tradizionale cerchio umano al cui interno musicisti e danzatori si alternano. Le voci potenti dei cantanti storici della Taranta, tra cui Enza Pagliara, Alessandra Caiulo e Antonio Muci, hanno riempito la notte accompagnate unicamente dal suono crudo e vibrante dei tamburelli suonati dalle loro stesse mani. Un istante di pura e commovente autenticità.
Giulia Vecchio: da Beyoncé all’appello contro l’overtourism
Tra gli ospiti, un impatto scenico potentissimo lo ha avuto l’attrice Giulia Vecchio. Dopo aver cantato e interpretato magistralmente la figura della zitella in L’acqua de la funtana, ha spiazzato e divertito la piazza – e la stessa Ema Stokholma – improvvisando una geniale e inaspettata versione salentina di Single Ladies di Beyoncé, ribattezzata per l’occasione “Tutte le zitelle”. Dietro la performance ironica, però, c’era spazio per un’urgenza civile: dal palco, Vecchio ha lanciato un appello fermo per un turismo più rispettoso e consapevole per la Puglia e per il Salento. Una terra, ha ricordato, sempre più travolta negli ultimi anni dall’overtourism e da un turismo “mordi e fuggi”, concentrato su un divertimento sguaiato che calpesta la storia e non fa alcun onore alla fragilità e all’identità di questi luoghi.
Il Mediterraneo e la visione di Ermal Meta
L’identità e l’incontro sono stati proprio i baricentri di questa 29esima edizione, dedicata al Mediterraneo. I riferimenti politici all’importanza della libertà e dell’unità dei popoli sono stati costanti, in linea con l’idea del “mare nostrum” non come confine che divide, ma come spazio storico di approdi, incroci e civiltà sovrapposte. Un tema che si specchia intimamente nella storia personale del maestro concertatore Ermal Meta, nato in Albania e cresciuto a Bari dall’età di 13 anni.
Sotto la sua guida illuminata, l’Orchestra ha accolto artisti come Sayf (che ha infiammato il pubblico con Menamenamò), Welo (orgoglioso nella sua Core meu), la voce eterea della portoghese Gisela João (La cerva) e la granitica Maria Mazzotta (Libru d’amore). Meta stesso si è ritagliato uno spazio denso di significato, regalando al pubblico Cent’anni sale, il canto arbëreshë Lule lule e il suo inedito in dialetto salentino Nu simu nienti: un brano ruvido e potente dedicato alla resistenza delle comunità di fronte ai grandi poteri che tentano di espropriarle e distruggere la loro terra.
Il lungo e catartico rito collettivo si è chiuso in bellezza, con tutti gli artisti riuniti sul palco per Kalinitka, il tradizionale canto griko di buonanotte sulle note di “larilolarilollalero larilolarilollalà”. Quando le luci si sono abbassate e le telecamere si sono spente, nella notte umida di Melpignano è continuata a risuonare l’eco dei tamburelli del pubblico che, come tradizione vuole, ha continuato a suonare e improvvisare ronde anche nei paesi vicini.
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