“Ultimo Atto”, il pianto in aula del pentito Gaetano Aloe
Il pentito Gaetano Aloe cede all’emotività durante un’udienza del processo Ultimo Atto: «Ho scelto lo Stato ma i sentimenti restano»
CROTONE – A un certo punto, mentre descriveva il nuovo organigramma del “locale” di ‘ndrangheta di Cirò, il pentito Gaetano Aloe si è commosso. Si è sentita una voce strozzata dal pianto, in aula, mentre, collegato in videoconferenza, rispondeva alle domande incalzanti del pm Antimafia Roberto Cubellotti. Il processo, che si sta celebrando davanti al Tribunale penale di Crotone, è quello scaturito dall’inchiesta che portò all’operazione Ultimo Atto, condotta dai carabinieri e dalla Dda di Catanzaro contro le nuove leve del “locale” di ‘ndrangheta di Cirò. Aloe, figlio di boss, sta deponendo contro coloro che erano i suoi sodali di un tempo. E si commuove. «Dottore, ho fatto la mia scelta, ma i miei sentimenti nei confronti di quelle persone sono rimasti invariati».
LA SCELTA
Il pm ha replicato prontamente. «Rispetto profondamente gli aspetti umani. Ma ormai la sua scelta l’ha fatta». A dimostrazione del fatto che non prova rancore nei confronti delle persone che accusa, Aloe si è lasciato andare a un soffio di commozione ricordando i tempi passati. Subito dopo si è ripreso e non ha tergiversato un attimo. Neanche quando si trattava di indicare il ruolo del cognato Giuseppe Spagnolo, detto Peppe “’u Banditu”, uno dei plenipotenziari della cosca. «È sempre stato uno di quelli ai vertici del “locale”. Ultimamente era uno dei capi, insieme a Ciccio Castellano e Salvatore Morrone». “Capi” in assenza dei boss storici detenuti, i fratelli Peppe e Silvio Farao e Cataldo Marincola. Ma, essendo il triumvirato da tempo in carcere, la reggenza viene affidata, periodicamente, al più alto in grado tra gli esponenti del clan rimasti in libertà.
L’ORGANIGRAMMA
Nella fase focalizzata dall’inchiesta, Luigi Vasamì era quello che aveva «la caratura per fare il responsabile su Cirò». Era il “referente” di Cataldo Marincola, che si fidava di lui anche perché Vasamì è suo cugino. Ed era colui che reggeva il sistema delle estorsioni, secondo il racconto del pentito. Era lui che decideva quale impresa vessare. Ma l’emergente Cataldo Cornicello aveva i titoli per essere il «responsabile di Cirò Marina», essendo stato «a scuola di ‘ndrangheta» da alcuni dei leader più carismatici della cosca. L’ex “studente” di ‘ndrangheta porta avanti la tradizione. Cataldo Cozza «si occupava della droga». Il racket del pesce era affare di Antonio Curugliano. Circa gli “stipendi” degli affiliati, Aloe ha ricordato che quando Vincenzo Pirillo (poi assassinato, ndr) divenne il reggente, impose che, anziché rivolgersi al cassiere del clan, i sodali ritirassero la “paga” direttamente dagli imprenditori vittime.
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IL COLPO DI SCENA
A metà del racconto sull’organigramma del “locale” di Cirò, è successo l’imprevedibile. La precisione millimetrica della ricostruzione criminale si è scontrata con la barriera dei sentimenti. La voce di Aloe, fino a quel momento ferma, è diventata un singhiozzo trattenuto. «Dottore, ho fatto la mia scelta, ma i miei sentimenti nei confronti di quelle persone sono rimasti invariati». Non era il pianto di chi chiede pietà, ma lo strazio di chi sta compiendo un “tradimento” nei confronti della struttura criminale di cui ha fatto parte ma anche di parenti e amici con i quali ha condiviso codici di comportamento e regole associative.
Il pm Cubellotti, con la freddezza necessaria al ruolo ma con una sensibilità rara, ha colto il punto. «Rispetto profondamente gli aspetti umani. Ma ormai la sua scelta l’ha fatta». È il confine invalicabile tra l’uomo e lo Stato. Aloe ha scelto lo Stato, ma l’uomo Aloe sanguina ancora. Di fronte al nuovo giuramento, quello fatto nei tribunali, non vacilla. Neanche quando descrive il ruolo del cognato fra quanti hanno in mano le redini di una cosca che tiene sotto scacco un vasto territorio trasformato in una scacchiera di estorsioni e traffici di droga e armi.
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