Jelenic urla “Mafia” e revoca il difensore

Clima teso nell’aula della Corte d’Assise di Bologna, dove si sta celebrando il processo a carico di Marin Jelenic, imputato per l’omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio. L’udienza di ieri, 19 maggio, è stata segnata da momenti di caos.
Marin Jelenic, arrestato dai carabinieri a Desenzano del Garda, deve rispondere di omicidio aggravato dai motivi abietti e dall’aver commesso il fatto in uno scalo ferroviario.
Come riferisce la Dire, in apertura di seduta, Jelenic ha ufficializzato la revoca del mandato al proprio legale, Christian Di Nardo, nominando un difensore d’ufficio e, nel momento in cui il presidente stava formalmente la decisione alla Corte, l’imputato, seduto all’interno della gabbia, ha gridato più volte: “Mafia, mafia”.
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Il giudice ha intimato il silenzio a Jelenic, avvertendolo che, in caso di ulteriori intemperanze, sarebbe stato disposto il suo allontanamento dall’aula.
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Accuse alle forze dell’ordine
Jelenic ha sollevato anche pesanti accuse nei confronti delle forze dell’ordine, denunciando di aver subito un’aggressione da parte della polizia durante il trasferimento dal carcere di Bologna a quello di Modena, dopo la prima udienza, e il presunto furto di alcuni suoi effetti personali.
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Forse la chiamata ai soccorsi
Un tentativo disperato di chiedere aiuto prima di morire. Un agente della polfer, tra i primi a giungere sul posto, rispondendo alle domande del pubblico ministero Michele Martorelli, ha riferito che poco lontano dal corpo di Alessandro Ambrosio è stato rinvenuto “un cellulare presumibilmente appartenente alla vittima con il display ancora attivo e con la composizione numerica ‘110’ per fare una telefonata”.
L’agente ha descritto la scena: il corpo era “riverso a terra, in posizione supina, con le gambe divaricate e rivolte verso i binari”, il tutto accanto a “una grossa pozza di sangue”. Un racconto che ha provocato il pianto disperato della fidanzata della vittima, Francesca Ballotta, presente in aula.
Durante l’esame condotto dall’avvocato Alessandro Numini, legale dei genitori della vittima, il poliziotto ha confermato quanto emerso dalle telecamere di sorveglianza: “Un uomo che seguiva Ambrosio”, pur precisando di non aver rilevato “interazioni o litigi tra i due” nelle immagini visionate. Il teste ha poi indicato in aula l’imputato.
Jelenic ha tentato più volte di interrompere la deposizione dell’agente, alzando la mano per chiedere la parola. Un atteggiamento che ha costretto il presidente della Corte, Liccardo, a un richiamo.
Solo al termine della testimonianza, Jelenic ha potuto parlare, esprimendosi in un italiano stentato: “In che maniera la Polizia ferroviaria mi ha identificato?”, ha chiesto, sostenendo di non essere in possesso di documenti. “Questo si accerterà durante l’attività istruttoria”, ha replicato il giudice. Quando l’imputato ha insistito, il presidente Liccardo ha troncato ogni discussione.
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