Insegnanti, il carico invisibile è da burnout: 6 su 10 chiedono uno psicologo. Il lavoro extra-aula è aumentato di 5 ore e mezza dal 1990. Ricerca Università Bicocca-IARD

La scuola ha un problema che non si vede. Non è la violenza degli studenti, non sono i genitori irrispettosi. È il lavoro che non compare in nessun orario ufficiale: la correzione dei compiti a casa, la preparazione delle lezioni, le riunioni, i rapporti con le famiglie.
A quantificarlo per la prima volta in modo sistematico è la ricerca promossa da Be for Education Foundation e realizzata dall’Università di Milano-Bicocca con l’Istituto Iard, che ha coinvolto quasi 10mila insegnanti in oltre 400 scuole italiane. I risultati sono nel volume “In costante divenire” (Il Mulino), curato da Gianluca Argentin. E i numeri parlano di una fatica silenziosa che rischia di trasformarsi in esaurimento cronico.
In un paragrafo del volume, intitolato “Carichi di lavoro, tempo invisibile e consumi culturali”, restituisce dati inediti sulla questione di genere all’interno della professione. “Le insegnanti donne dichiarano in media 44 ore di lavoro settimanale, contro le 42,5 dei colleghi uomini; in primaria il divario sale a cinque ore”. Un differenziale che non dipende dalle ore in aula – quelle sono uguali per tutti – ma da ciò che accade dopo. “Il differenziale si concentra nel lavoro extra-aula – correzione di compiti, preparazione delle lezioni, riunioni, rapporti con le famiglie –, ore cresciute mediamente di cinque e mezza alla settimana rispetto al 1990 e di tre rispetto al 2008”.
Lo stesso paragrafo mostra un rovesciamento speculare quando si guarda alle attività retribuite svolte fuori dall’orario obbligatorio: “in primaria, le esegue il 40% degli uomini contro il 14% delle donne”. Una segmentazione interna che racconta di una professione dove le donne si fanno carico del lavoro gratuito e non riconosciuto, mentre gli uomini hanno più spazio per integrare il reddito.
Le conseguenze di questo squilibrio sono misurate in un’altra parte del volume “In costante divenire”, dedicato a “Benessere, burnout e qualità della dirigenza”. Il dato più significativo è che “il 18,3% dei rispondenti presenta livelli alti di burnout (e un ulteriore 1,5% molto alti) e quasi metà del campione si sente mentalmente esausta almeno qualche volta l’anno”. Ma l’indagine dell’Università di Milano-Bicocca coglie anche una contraddizione profonda: “fra i docenti ad alto rischio di burnout, il 48,5% si dichiara comunque entusiasta del lavoro”. Non si tratta, quindi, di professori disillusi o demotivati. Al contrario, l’entusiasmo convive con l’esaurimento, producendo una tensione che il sistema scolastico non è attrezzato a gestire.
La risposta che i docenti chiedono è chiara: “sei docenti su dieci chiedono uno sportello psicologico dedicato”. Una richiesta che non ha nulla di ideologico. È la misura più concreta di un malessere che oggi viene assorbito in solitudine, dentro le mura domestiche, dopo ore passate a correggere quaderni e a preparare lezioni.
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