Società

Bocciati prima di iniziare, quando il Sud si portava dietro uno stigma: i figli degli emigranti e quella pratica “crudele” nelle aule del Nord

Arrivavano da Cerignola, Lavello, dai paesi dell’entroterra calabrese o lucano. La famiglia aveva trovato lavoro alla Fiat o in qualche cantiere edile.

I bambini venivano iscritti a scuola, spesso in corso d’anno. E lì, in pochi giorni, qualcuno decideva che non erano all’altezza. Non ancora, almeno. Bisognava farli tornare indietro di una, talvolta due classi.

Non si chiamava bocciatura, perché arrivava prima ancora che lo studente potesse dimostrare qualcosa. Si chiamava retrocessione o declassamento. E Davide Larocca, nel suo Bambini di serie B (edito da Meltemi, 2025), ne ha ricostruito la pratica spulciando i registri di tre scuole elementari di Torino tra il 1957 e il 1962.

Una decisione presa in una settimana

L’autore parte da un ricordo personale – la tesi di laurea sulle disuguaglianze a Mirafiori Sud – e da un racconto ascoltato in vacanza in Calabria: un anziano che da bambino era stato rimandato indietro di un anno, dal momento che arrivava dal Sud. “A Torino pensavano che l’istruzione elementare del Sud fosse scadente”, disse. Aveva ragione? In parte sì, perché gli indici di scolarizzazione e gli apprendimenti al Mezzogiorno erano oggettivamente più bassi. Ma la ricerca di Larocca mostra un altro dato, più inquietante: la retrocessione veniva decisa in media dopo pochi giorni di osservazione, talvolta senza alcuna verifica delle competenze reali del bambino.

Su Salvatore, per esempio, l’insegnante annota il 5 ottobre: “è mia intenzione chiedere al sig. Direttore di far retrocedere questi alla 2° classe essendo completamente sprovvisto”. La madre accetta, riconoscendo l’impreparazione del figlio. Il 28 ottobre il trasferimento è fatto.

Chi veniva retrocesso

I 22 casi emersi dallo spoglio di 448 classi e oltre 15mila alunni raccontano una geografia precisa: quasi tutti meridionali, con una forte presenza pugliese (dieci su ventidue). Tra loro c’è anche una bambina veneta, una australiana, due tunisine. Ma il fenomeno colpiva in modo schiacciante chi arrivava dalle regioni del Sud.

Le motivazioni addotte dagli insegnanti sui registri sono ricorrenti: “non distingue neppure i vari suoni”, “quando scrive, in ogni parola ci fa un errore”, “non sa né leggere né scrivere”. A ciò si aggiungeva la cronica carenza di aule e il sovraffollamento – classi che superavano agevolmente i 40 alunni. In quelle condizioni, recuperare un bambino in difficoltà diventava un lusso che pochi maestri potevano permettersi.

Una misura che non funzionava

La retrocessione doveva servire a mettere gli alunni immigrati nelle condizioni di colmare le lacune. Nella pratica, produceva l’effetto opposto. Uno studio dell’epoca già lo segnalava: “il sapersi declassati probabilmente aveva un grave effetto frustrante”. E i numeri raccolti da Larocca confermano: nell’anno della retrocessione, cinque su diciannove vennero bocciati. Altri abbandonarono appena raggiunta l’età per essere sollevati dall’obbligo scolastico (14 anni, all’epoca). Qualcuno finì in classi differenziali, qualcun altro – come Luigi, il bambino di Barletta – anni dopo sarebbe comparso sulle cronache nere per furto e rapina.

Non mancano però storie diverse. Catia, una bambina di Ariano Polesine (in provincia di Rovigo), retrocessa dalla quarta alla terza su richiesta della madre, ottenne la licenza elementare senza intoppi. Joséphine, nata in Tunisia, e Wilma, dall’Australia, superarono tutte le classi fino alla quinta. Resta il sospetto che per chi arrivava dal Sud la posta in gioco fosse più alta, e le chance di uscirne bene inferiori.

Il lascito di una pratica

Oggi la retrocessione è tornata, con modalità diverse, per gli alunni stranieri extracomunitari. Una circolare ministeriale del 2010 consente l’iscrizione a una classe diversa da quella anagrafica, previa verifica delle competenze. Le Linee guida per l’accoglienza del 2014 ammettono però che il fenomeno è probabilmente sovradimensionato.

Bambini di serie B non è un libro moralistico. Larocca non si limita a condannare i maestri di sessant’anni fa. Mostra piuttosto come la scuola – affollata, sottofinanziata, impreparata a gestire flussi migratori improvvisi – abbia reagito con gli strumenti che aveva a disposizione. Strumenti rudi, spesso inefficaci, che finivano per tradurre in bocciature ciò che era invece un problema strutturale. E che lasciavano nei bambini un segno profondo: quello di sentirsi, appunto, di serie B.


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