Società

In Italia un laureato su cinque lavora in ruoli che non richiedono il titolo di studio

In Italia, possedere una laurea non garantisce più un accesso automatico a professioni ad alta qualifica. Il fenomeno della sovraistruzione – definito a livello internazionale come l’impiego in ruoli che non richiedono un titolo terziario – riguarda oggi circa un laureato su cinque.

Una quota stabile nel tempo, ma che nasconde una trasformazione profonda: il numero di laureati occupati è cresciuto di quasi un terzo nell’ultimo decennio, e di conseguenza anche i laureati “in eccesso” sono aumentati in termini assoluti, passando da 900mila a quasi 1,3 milioni.

La misura è ricostruita, come segnala Lorenzo Ruffino sulla propria newsletter, dai dati Istat e guarda alla professione svolta e non all’opinione di chi lavora. Quando si chiede direttamente ai laureati la quota sale e nell’indagine Istat sui giovani circa un laureato su quattro dichiara di fare un lavoro per cui sarebbe bastato un titolo più basso.

La stabilità percentuale racconta un equilibrio mancato: la domanda di lavoratori qualificati è cresciuta, ma non più rapidamente dell’offerta. Il problema non è tanto la quantità di laureati, quanto la struttura del tessuto produttivo italiano, dominato da microimprese a conduzione familiare, spesso monoprodotto, dove i ruoli che richiedono competenze universitarie – manageriali, di ricerca, specialistiche – sono rari. E quando manca una cultura manageriale, chi ha studiato tende a essere assunto solo da chi ha studiato, perpetuando un circolo virtuoso ma ristretto.

Laurea sì, ma quale?

Non tutte le discipline sono uguali di fronte al mercato. Chi esce da medicina o ingegneria civile trova occupazione coerente con il proprio titolo nella stragrande maggioranza dei casi. All’opposto, chi si è formato in economia, scienze sociali, comunicazione o arte ha probabilità quattro volte maggiori di finire in ruoli per cui la laurea non serve. Eppure, proprio su questi settori si concentra una fetta rilevante dell’offerta formativa, mentre la domanda delle imprese punta soprattutto su economia e ingegneria, che assorbono quasi la metà dei posti per laureati.

Il disallineamento tra domanda e offerta è evidente anche nei dati sulle assunzioni: solo il 12% dei contratti previsti dalle imprese nel 2025 è destinato a laureati, eppure metà di questi profili risulta di difficile reperimento, con punte superiori al 70% per ingegneri elettronici e chimico-farmaceutici. Un paradosso che rivela non tanto una scarsità assoluta di laureati, quanto una loro distribuzione poco funzionale alle esigenze reali del sistema produttivo.

Il paradosso delle competenze

Un aspetto spesso trascurato è che la maggior parte dei lavoratori sovraistruiti possiede competenze adeguate al ruolo che ricopre. Si tratta di una sovraistruzione apparente: il titolo di studio comunica male ciò che il laureato sa realmente fare. Solo una minoranza – il 28% tra gli scientifici, l’8% tra gli insegnanti – può essere considerata genuinamente sovraqualificata, ovvero dotata di capacità eccedenti rispetto a quelle richieste dal lavoro svolto.

Il dato suggerisce che il problema non è solo economico, ma anche culturale e informativo: il sistema formativo e quello del lavoro faticano a tradurre i titoli in competenze riconosciute e valorizzate.

Un’Europa a due velocità

A livello europeo, l’Italia non è un’eccezione per quota di sovraistruiti (intorno al 21%, in linea con la media UE), ma lo è per il bassissimo tasso di laureati tra i giovani: solo il 31% dei 25-34enni possiede un titolo terziario, contro una media europea del 45%. Un dato che colloca il Paese al penultimo posto in Europa, davanti alla sola Romania. Il divario si amplia con l’età, e la spesa pubblica per l’università è tra le più basse del continente: meno di 10mila euro per studente, contro i 15mila di Germania e Francia.

Eppure, nonostante l’investimento limitato, il ritorno economico della laurea in Italia è significativamente inferiore rispetto ad altri paesi: il vantaggio netto sull’intera carriera lavorativa è di circa 198mila dollari, contro i 280mila della Germania e i 300mila della Francia. Un differenziale che alimenta la fuga dei cervelli.

La scelta di andare via

Tra il 2013 e il 2023, l’Italia ha perso in media 56mila persone all’anno per saldo migratorio netto, e la quota di laureati tra questi è più che raddoppiata nell’ultimo biennio, arrivando al 46%. Tra i 25 e i 39 anni, oggi più della metà di chi lascia il Paese ha una laurea. Il fenomeno è ancora più marcato tra i ricercatori: l’Italia detiene il triste primato europeo per numero di ricercatori espatriati.

Le politiche di rientro, come gli sgravi fiscali per gli impatriati, hanno avuto un effetto limitato: solo 3 rientri su 10 sono attribuibili agli incentivi. Per docenti e ricercatori, che godono di agevolazioni ancora più generose, i beneficiari non sono aumentati. Le ragioni profonde dell’espatrio, infatti, non sono solo economiche: pesano l’instabilità contrattuale, la mancanza di trasparenza nel mondo accademico e la sfiducia nelle prospettive di carriera. Il problema, insomma, è sistemico.

Un cambiamento lento e incompleto

Qualcosa si sta muovendo: negli ultimi vent’anni, le lauree in giurisprudenza sono più che dimezzate, mentre quelle in ambito scientifico e informatico sono aumentate. Un aggiustamento, ma ancora troppo lento e quantitativamente insufficiente. La sfida per l’Italia non è solo aumentare il numero di laureati, ma ripensare l’intero ecosistema: dall’offerta formativa alla struttura produttiva, dagli investimenti in ricerca alle politiche del lavoro, fino a un nuovo patto tra università e imprese che renda la laurea non un titolo, ma una leva effettiva per lo sviluppo.


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