Imprese umbre, la sfida dell’intelligenza artificiale

Gli esperti di Punto Impresa Digitale della Camera di Commercio nel 2025-26 hanno esaminato 177 imprese umbre per valutarne l’utilizzo e la strategia del digitale messo al servizio del lavoro generale dell’impresa. Certamente l’aspetto innovativo – tra speranze, paure e immense perplessità – è l’utilizzo e il livello dei programmi di intelligenza artificiale. Nelle 177 imprese umbre esaminate dal Punto Impresa Digitale della Camera di Commercio nel 2025–2026, il 18,1% utilizza già l’intelligenza artificiale, il 34,5% programma investimenti e il 47,5% non prevede di adottarla a breve. I big data sono operativi nel 29,4% del campione. L’Umbria supera la media italiana nell’analisi dei dati e nel cloud avanzato, ma resta indietro di sei punti nella digitalizzazione complessiva. Il Pid interviene con diagnosi gratuite, formazione e orientamento alle imprese. Intanto le startup innovative umbre sono
passate da 21 a 170 in meno di quattro anni.
Trentadue imprese hanno già messo al lavoro l’intelligenza artificiale. Sessantuno intendono investirvi nei prossimi tre anni. Ottantaquattro non la usano e non prevedono di introdurla nel breve-medio periodo. Non sono proiezioni sull’intera economia regionale: sono le risposte di 177 aziende umbre esaminate nel 2025 e nel 2026 dal Punto Impresa Digitale (Pid) della Camera di Commercio dell’Umbria. La differenza fra i tre gruppi racconta meglio di molti slogan il problema che oggi si presenta agli imprenditori: capire non soltanto quale tecnologia esista, ma quale possa servire davvero alla propria attività. È su questo terreno che lavora il Pid. Con Zoom 4.0, un assessment guidato e gratuito, i Digital Promoter esaminano insieme alle imprese gli strumenti disponibili, il modo in cui circolano le informazioni e le attività che potrebbero essere migliorate.
Al termine della valutazione l’azienda riceve un quadro della propria maturità digitale e indicazioni sulle possibili direzioni di sviluppo. Il servizio non vende soluzioni tecnologiche: aiuta a riconoscere bisogni, priorità e competenze mancanti, soprattutto nelle realtà troppo piccole per avere specialisti interni. “La prima domanda non dovrebbe essere quale programma comprare, ma quale problema aziendale risolvere”, osserva Federico Sisti, segretario generale della Camera di Commercio dell’Umbria. “Se gli ordini vengono trascritti più volte, se il magazzino non dialoga con l’amministrazione o se i dati non vengono utilizzati per decidere, la tecnologia può aiutare. Ma occorre partire da una diagnosi, non da una moda. È il senso del lavoro che svolgiamo attraverso il Pid”.
La regione dei due ritmi
Il quadro Istat 2025 rende ancora più interessante il lavoro di diagnosi. Fra le imprese umbre con almeno dieci addetti, il 46% utilizza l’analisi dei dati, contro il 42,7% italiano. Il 70,3% ricorre a servizi cloud intermedi o avanzati, a fronte del 68,1% nazionale. Eppure soltanto il 73,8% raggiunge un’intensità digitale almeno di base: sei punti meno dell’Italia (79,8%) e quasi sette meno della Toscana (80,7%). Le Marche sono al 67,1%. Anche i sistemi gestionali integrati, che collegano funzioni e informazioni aziendali, risultano meno diffusi in Umbria: 44,5% contro il 49,5% italiano.
Le percentuali misurano aspetti differenti, ma lette insieme pongono una domanda precisa: che cosa accade dopo l’acquisto di una tecnologia? Un’impresa può usare il cloud per archiviare documenti senza collegarlo alle vendite, oppure raccogliere molti dati senza trasformarli in informazioni utili alla produzione.
“Il ritardo non si colma contando i software installati”, insiste Sisti. “Si colma quando le informazioni arrivano a chi deve prendere decisioni, le persone sono formate e gli strumenti si inseriscono nel lavoro quotidiano. Un artigiano, un albergo e un’azienda metalmeccanica non possono ricevere lo stesso consiglio”.
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