Sequestro Cristina Mazzotti, cinquant’anni dopo il caso torna in aula: alla sbarra due reggini
A dicembre di nuovo in aula, stavolta davanti ai giudici della Corte d’assise d’appello. A cinquant’anni dal drammatico sequestro di persona della diciottenne studentessa lombarda Cristina Mazzotti, la prima donna a morire nel terribile periodo dei rapimenti a scopo estorsivo compiuti nel Nord Italia dalle bande calabresi dell’Anonima Sequestri, la vicenda, nonostante i due ergastoli inflitti a due reggini, non si è conclusa con la sentenza nel processo di primo grado, emessa il 4 febbraio scorso dalla Corte d’assise di Como.
La difesa del reggino reo confesso Demetrio Latella, 71 anni, detto Luciano, residente da decenni in provincia di Novara, ha infatti impugnato la condanna all’ergastolo inflitta per la morte di Cristina Mazzotti, rapita a Eupilio (Como) il 30 giugno del 1975 e ritrovata morta in una discarica il 1. settembre a Galliate dopo alcune settimane di prigionia in una piccola buca scavata in un cascinale di Castelletto Ticino.
Latella e il coimputato Giuseppe Calabrò, detto ’u duttiricchiu, 74 anni, originario di San Luca ma domiciliato in Lombardia dov’è tuttora recluso, torneranno in aula il 16 dicembre per il processo di secondo grado, davanti alla Corte d’assise d’appello di Milano.
Secondo la difesa, Latella non poteva prevedere la morte dell’ostaggio, non avendo nulla a che fare con la banda di organizzatori, e quindi può essere a lui addebitato solo il sequestro di persona, reato ormai prescritto.
Nell’atto di appello, la difesa sostiene non sia stato dimostrato in primo grado che Latella facesse parte dell’organizzazione che ha rapito Cristina Mazzotti. Quindi, secondo il suo difensore, sono da rivedere le motivazioni dell’ergastolo.
All’epoca del sequestro della giovane studentessa comasca, il padre della rapita, un industriale lombardo, pagò il riscatto (un miliardo e cinquanta milioni di lire dell’epoca) dopo aver venduto tutto quello che possedeva, ma Cristina Mazzotta era già morta e il suo corpo, privo di vestiti, gettato in una discarica.
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