Economia

Il declino dell’eccezionalismo Usa riapre le porte ai mercati emergenti


Dopo un lungo decennio dominato dalla super-crescita americana e dal dollaro forte, gli equilibri della finanza globale stanno cambiando. Con l’attenuarsi del cosiddetto “eccezionalismo statunitense”, gli investitori tornano a guardare con crescente attenzione ai mercati emergenti non più come semplice scommessa tattica, ma come elemento chiave di allocazione strategica. A tracciare la rotta di questa nuova fase è Diliana Deltcheva, head of emerging market debt di Robeco, che analizza opportunità, rischi regionali e i driver di selezione necessari per individuare i vincitori del domani.

A suo avviso, l’eccezionalismo degli Stati Uniti è davvero giunto al termine?

“Riteniamo che il contesto attuale rappresenti un ampliamento delle opportunità a livello globale. Gli Stati Uniti conservano vantaggi strutturali fondamentali, tra cui mercati dei capitali profondi, leadership tecnologica e lo status del dollaro come valuta di riserva. Tuttavia, le forze che hanno caratterizzato il periodo successivo alla crisi finanziaria globale, come la forza del dollaro e la crescita superiore degli Stati Uniti, stanno perdendo il loro ruolo dominante, con gli investitori sempre più orientati a diversificare i propri portafogli allontanandosi dagli asset statunitensi. I fondamentali dei mercati emergenti e le riserve valutarie sono migliorati nel corso del periodo, poiché le condizioni finanziarie più restrittive hanno imposto politiche fiscali e monetarie più conservative in tutti i mercati emergenti, dando il via a un ciclo di rivalutazione (re-rating) negli ultimi tre anni. Riteniamo che l’attenuarsi dell’eccezionalismo statunitense rappresenti un fattore strutturale favorevole per il debito e le azioni dei mercati emergenti. I fondamentali interni, la credibilità delle politiche e le valutazioni possono tornare a svolgere un ruolo più rilevante nel determinare la performance dei mercati emergenti”.

Perché i mercati emergenti potrebbero tornare a rappresentare un’allocazione strategica nei portafogli di investimento, vista la loro crescente importanza nell’economia globale?

“Storicamente, le allocazioni strategiche si sono concentrate principalmente sul debito sovrano in valuta forte (HC), che ha beneficiato del superciclo delle materie prime e della crescita cinese a due cifre prima della crisi finanziaria globale. L’accettazione strategica del debito in valuta locale è stata ritardata dal periodo di forza del dollaro successivo al 2011 e dall’elevata volatilità delle valute dei mercati emergenti. Più recentemente, a partire dal 2018, le tensioni legate alla guerra commerciale e il predominio degli asset statunitensi hanno ulteriormente limitato l’interesse degli investitori nei confronti dei titoli di debito dei mercati emergenti sia in valuta forte sia in valuta locale. Diversi fattori rafforzano le ragioni strategiche a favore del debito dei mercati emergenti”.

Quali i principali?

“Le economie emergenti rappresentano oltre il 40% del Pil globale, ma rimangono sottorappresentate nei portafogli globali. Il debito dei mercati emergenti offre una diversificazione reale e consente di esporsi a paesi che si trovano in fasi molto diverse di sviluppo economico, cicli inflazionistici e regimi. Gli investitori hanno accesso a molteplici fattori di rendimento, tra cui i tassi di interesse e le valute locali, nonché gli spread creditizi sovrani e societari. Il graduale affievolirsi dei venti favorevoli di lungo periodo alla base dell’eccezionalismo statunitense rafforza le prospettive strategiche per il debito dei mercati emergenti. In combinazione con il carry storicamente attraente del debito dei mercati emergenti, la generazione di reddito e i benefici di diversificazione offerti dai mercati emergenti, ciò dovrebbe sostenere nel lungo periodo il crescente interesse strategico degli investitori verso il debito dei mercati emergenti sia in valuta forte sia in valuta locale”.

Quali sono le differenze chiave tra le varie regioni e perché un approccio selettivo è più importante che mai?

“Il debito dei mercati emergenti rimane una asset class pro-ciclica che registra le migliori performance in contesti caratterizzati da crescita stabile, inflazione contenuta e politica monetaria prevedibile. Sebbene il contesto attuale rimanga nel complesso favorevole, è diventato più complesso a causa dell’incertezza sui prezzi dell’energia e dei generi alimentari, delle reazioni delle banche centrali e dell’andamento del dollaro. Data l’ampiezza dell’universo dei mercati emergenti, che abbraccia oltre 90 Paesi con strutture politiche ed economiche e dotazioni di risorse diverse, è fondamentale distinguere tra vincitori e vinti. Le tendenze inflazionistiche divergenti, gli sviluppi politici e le vulnerabilità esterne creano opportunità nei paesi in cui i rendimenti interessanti sono sostenuti da fondamentali solidi e da politiche credibili, mentre richiedono cautela laddove le valutazioni non compensano più adeguatamente il rischio”.

Avete delle preferenze a livello di singoli Paesi?

“Un tema chiave al momento è la divergenza tra esportatori e importatori di energia. Il recente aumento dei prezzi dell’energia ha rafforzato le prospettive per molte economie esportatrici di materie prime, in particolare in America Latina (Argentina, Brasile, Colombia, Messico) e in alcune zone dell’Africa (Angola, Nigeria), mentre ha accentuato le difficoltà che devono affrontare i paesi importatori di energia in Europa: guardiamo con favore solo all’Ungheria per il suo ritorno a politiche economiche ortodosse”.

Quale ruolo svolgono la ricerca fondamentale e i fattori Esg?

“Riteniamo che l’approccio di investimento più efficace combini una rigorosa ricerca fondamentale, un’analisi integrata della sostenibilità e strumenti analitici avanzati. In Robeco, la ricerca fondamentale rimane la pietra angolare del processo di investimento. I mercati emergenti sono estremamente eterogenei e l’identificazione di chi in futuro registrerà una performance superiore alla media richiede una profonda comprensione delle tendenze macroeconomiche, politiche e di riforma. La combinazione di un’analisi macroeconomica top-down con una ricerca bottom-up a livello di paese consente agli investitori di individuare opportunità ad alta convinzione nel debito dei mercati emergenti, nei mercati del credito sovrano, dei tassi e dei cambi. I fattori di sostenibilità sono pienamente integrati in questo quadro, anziché essere trattati come un elemento aggiuntivo”.


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