Lazio

il “clamore” e la smentita di Lavitola – Il Tempo


Foto: Lapresse

Ignazio Riccio

Si allontana l’ipotesi di una regia della criminalità organizzata dietro il presunto progetto di attentato ai danni del giornalista Sigfrido Ranucci. A ridisegnare i contorni dell’inchiesta sarebbe stato un lungo interrogatorio, durato circa dieci ore, dei due uomini accusati di aver materialmente eseguito l’azione, Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, assistiti rispettivamente dagli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri. Lo riporta il “Corriere della Sera” in un articolo firmato da Ilaria Sacchettoni. Secondo la ricostruzione del quotidiano, le dichiarazioni rese dai due davanti ai magistrati contrasterebbero su un punto chiave con quanto sostenuto finora da Valter Lavitola, che ha confessato in quanto mandante della vicenda relativa al conduttore di Report. Lavitola ha parlato di un’intimidazione più contenuta, limitata a colpi di arma da fuoco contro l’abitazione di Ranucci. D’Avino e Passariello, detenuti a Rebibbia, avrebbero invece riferito di aver ricevuto l’incarico di collocare un ordigno esplosivo nei pressi della casa del giornalista, fornendo anche dettagli sul tipo di materiale che sarebbe stato utilizzato: una gelatina esplosiva da cava, descritta come particolarmente instabile.

 

 

A questo si aggiungerebbe l’indicazione di un compenso di tremila euro in contanti effettivamente incassato dai due, a fronte di ulteriori promesse che non sarebbero state mantenute. Un elemento che rafforzerebbe la versione degli esecutori sarebbe la conferma giunta da Gomes Clesio Tavares, altra figura coinvolta nella vicenda e al momento irreperibile: raggiunto in Camerun da un inviato del Tg1, Tavares avrebbe confermato l’esistenza del piano relativo all’ordigno, accennando anche a un possibile trasferimento in Russia, Paese che non prevede accordi di estradizione con l’Italia. Il punto che gli inquirenti riterrebbero più significativo sul piano processuale riguarderebbe però la finalità attribuita al gesto. D’Avino e Passariello avrebbero descritto l’operazione come pensata per creare clamore mediatico attorno alla vittima, senza l’intenzione di provocare danni a persone. Una ricostruzione che, sempre secondo il quotidiano, coinciderebbe con l’ipotesi già avanzata dai carabinieri del Nucleo Investigativo, coordinati dal pm Edoardo De Santis.

 

 

Questa lettura contribuirebbe a ridimensionare in modo netto la pista della criminalità organizzata, compresa l’ipotesi di un coinvolgimento del clan camorristico dei Moccia, legata al nome di un “Corrado” citato negli atti: un riferimento che, allo stato, resterebbe una semplice suggestione investigativa, priva di riscontri. Le dichiarazioni raccolte dovranno comunque essere sottoposte a verifica. La collaborazione offerta dai legali dei due detenuti, insieme all’assenza, a loro dire, di rischio di fuga o di reiterazione del reato, potrebbe aprire la strada a una richiesta di misura più lieve, come gli arresti domiciliari, subordinata al parere della Procura. Per Lavitola, il prossimo appuntamento giudiziario è fissato per il 7 settembre, davanti al Tribunale del Riesame: in quella sede, secondo quanto anticipato, l’indagato intenderebbe rendere dichiarazioni spontanee per fornire la propria versione dei fatti.

 


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