Molise

Habitus Maiensis, torna a vivere il vestito tradizionale di Castel del Giudice | isNews

Svelato al pubblico, è il risultato di una ricerca storica, restituita in forma multimediale tramite podcast, audiostoria, illustrazioni e musica


CASTEL DEL GIUDICE. Una grande ricchezza di particolari e un’armonica varietà di colori caratterizzano gli abiti nuziali di Castel del Giudice, ricostruiti grazie ad un poliedrico lavoro di ricerca e restituiti il 18 aprile per la prima volta alla comunità attraverso un originale racconto multimediale, che ha coinvolto e appassionato le tante persone presenti all’evento di presentazione di Habitus Maiensis, progetto di valorizzazione della Maggiolata – la festa del 1° maggio che scandisce tradizionalmente la celebrazione della primavera e la rinascita della natura. Rosso dominante per lei, indaco intenso per lui. Sono i colori che hanno restituito vita e un pezzo di storia al borgo altomolisano. Abiti che ora identificano Castel del Giudice, e che non sono stati mai ritrovati, ma pazientemente ricreati, ricostruiti coinvolgendo storici, sarti, un musicista, un fumettista e un attore.

A coordinare il lavoro è stata Luciana Petrocelli, responsabile dei processi culturali del Comune di Castel del Giudice, che ha costruito l’impianto scientifico del progetto a partire dall’analisi di manoscritti ottocenteschi, in particolare l’Inchiesta Murattiana promossa da Gioacchino Murat, cognato di Napoleone e re di Napoli, che documentavano con straordinaria precisione la vita delle comunità dell’Alto Molise tra fine Settecento e inizio Ottocento e le condizioni socio-economiche. Da quelle pagine emergono dettagli inaspettati: i riferimenti all’alimentazione delle diverse classi sociali, tra cui la presenza costante della mela, la cui coltivazione oggi è tornata viva a Castel del Giudice, ma anche i 450 litri di vino pro capite annui consumati per necessità, il rispetto per la pulizia come dovere civico, la generosità del primo lunedì di maggio in cui le famiglie abbienti distribuivano pane ai poveri, e dunque il nesso con il gesto del dono, che oggi contraddistingue la tradizione della Maggiolata. E poi la constatazione che a Castel del Giudice avevano sconfitto il vaiolo accettando il vaccino che all’ epoca era rifiutato da tutti.

“Habitus Maiensis è nato dal bisogno di recuperare un patrimonio stratificato di saperi e pratiche comunitarie che nessun singolo oggetto o gesto potrebbe racchiudere da solo — ha spiegato Luciana Petrocelli — La Maggiolata diventa così il fulcro simbolico in cui una comunità si riconosce e si racconta. Habitus, in questo senso, non è solo un abito: è un modo di abitare i valori e le pratiche che definiscono la comunità. Un progetto che ha intrecciato ricerca storica, lavoro sartoriale e linguaggi artistici in un unico percorso interdisciplinare”. Un podcast di 8 minuti, mostrato durante l’evento, con la voce narrante dell’attore Pasquale Di Giannantonio del Teatro Italo Argentino e i disegni realizzati dall’illustratore Marco Tarquini, con le animazioni e il montaggio di Rafael Carpio. E un’audiostoria che narra in modo più approfondito le vicende storiche alla base della ricostruzione degli abiti. Il podcast e l’audiostoria trasformano la ricerca in narrazione emotiva. Le illustrazioni rielaborano la tradizione con un tratto contemporaneo, mentre l’identità visiva del progetto è stata curata da Marino Di Nisio. Il pianista Davide Marchesani ha reinterpretato e suonato al pianoforte il canto della Maggiolata: “forma musicale settecentesca che affonda le radici nella villanella napoletana – ha spiegato -, una melodia ciclica, sospesa, che nella sua struttura stessa evoca il ritorno della primavera”.

Gli abiti nuziali appartenenti ad una famiglia agiata non sono stati ritrovati – le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale hanno cancellato gran parte delle testimonianze materiali locali – ma ricostruiti con rigore con il supporto di Antonio Scasserra, direttore del MUVES, Museo delle Vestimenta di Campobasso. “Le fonti sono state in particolare due: le descrizioni storiche dei capitoli matrimoniali certificati dal notaio dopo la “parentezza”, il rito durante il quale si definivano i patti nuziali e la dote; e l’iconografia ferdinandea, ovvero i dipinti commissionati da Ferdinando IV di Borbone attraverso un concorso di pittura che riproducesse i costumi più belli del Regno. Quelle tavole finirono sulle ceramiche di Capodimonte e viaggiarono nelle corti d’Europa, oggi disegni preziosi per riconoscere i modelli dell’epoca” ha spiegato Antonio Scasserra.

Il costume femminile si distingue per il rosso dominante, colore delle donne sposate, con camicie di tela e lino finemente lavorate sul petto e alle maniche, due corpetti sovrapposti, sottana bianca, sottogonna rossa e la sopragonna chiusa sul retro. Un elemento di prestigio è l’antesino, il grembiule decorato con file di galloni che misuravano la ricchezza della famiglia. Il costume maschile prevede invece una camicia alla coreana, due gilet sovrapposti e la gianberga, il capo più importante, in indaco. A completare gli abiti, gioielli provenienti da Agnone, rinomata per la lavorazione dei metalli preziosi, tra cui lo spillone, elemento dal valore simbolico, e gli orecchini, portati come protezione dal malocchio. Gli abiti troveranno ora esposizione permanente nella sala consiliare del Comune e serviranno da modello per la realizzazione di costumi popolari destinati alle prossime edizioni della Maggiolata. Habitus Maiensis è coordinato dal Centro Studi Casa Frezza e rientra nel progetto “Castel del Giudice Centro di (ri)Generazione dell’Appennino”, vincitore del Bando Borghi del PNRR.


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