Ex Ilva, spunta l’ipotesi di una cordata italiana per salvare la siderurgia a Cornigliano

Genova. Si fa strada l’ipotesi di una cordata italiana per salvare l’ex Ilva. Ad annunciarla è stato oggi il presidente di Federacciai, il ligure Antonio Gozzi, a margine del tavolo con gli industriali: “Ci siamo impegnati a esaminare il dossier e a verificare se sussistano le condizioni e le possibilità per promuovere una cordata di operatori siderurgici italiani finalizzata al rilancio degli impianti non interessati dal blocco disposto dalla sentenza“. Quindi il presidente nazionale di Confindustria Emanuele Orsini: si valutano “le condizioni per una cordata italiana che abbia a cuore l’industria di base“.
E la conferma è arrivata poi dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso durante il question time alla Camera: “Ci sono le condizioni per realizzare una cordata italiana, promossa dal sistema industriale italiano, per fare una proposta che consenta consenta il salvataggio della produzione siderurgica e il rilancio degli stabilimenti dell’Ilva. Questo si aggiungerà alla proposta che Jindal ha deciso di aggiornare tenendo conto della sentenza. Durante il Tavolo Taranto, convocato questa mattina, sono state presentati 17 progetti per investimenti complessivi di oltre 2 miliardi, con una diversificazione settoriale su almeno 8 settori, con una prospettiva occupazionale grande e rilevante”.
Ipotesi che, ovviamente, riguardano anche Genova. Nel capoluogo ligure si guarda con grande preoccupazione alla chiusura dell’area a caldo di Taranto che lascerebbe “a bocca asciutta” pure gli impianti di Cornigliano, dove l’altoforno si è fermato definitivamente nel 2005. Oggi nell’acciaieria lavorano a regime circa 900 lavoratori con una capacità produttiva (solo teorica) di 1,5 milioni di tonnellate all’anno. L’obiettivo di istituzioni e sindacati è anzitutto trovare una via di approvvigionamento alternativa per garantire la continuità produttiva, ad esempio acquistando da altre aziende i coils che a breve non potranno più essere prodotti a Taranto.
Il passo avanti degli industriali: “Responsabilità verso i lavoratori”
“Consideriamo questa disponibilità all’analisi un atto di responsabilità nei confronti delle migliaia di lavoratori il cui futuro è oggi a rischio – aveva commentato ancora Gozzi -. Auspichiamo inoltre che, qualora si concretizzassero le condizioni per un nostro coinvolgimento, esso possa tradursi in un impegno condiviso dell’intero Sistema Italia, con l’obiettivo di salvaguardare l’intera filiera della trasformazione dell’acciaio e di rafforzare l’autonomia strategica del Paese”.
Presenti all’incontro anche il presidente di Federmeccanica Silvano Simone Bettini, il presidente di Confindustria Taranto Salvatore Toma, Antonio Marcegaglia per il gruppo Marcegaglia, Alessandro Banzato per Acciaierie Venete, il presidente del gruppo Pittini Federico Pittini, il presidente del gruppo Feralpi Giuseppe Pasini, il presidente di Afv Acciaierie Beltrame Antonio Beltrame, il presidente di Danieli Alessandro Brussi con la vicepresidente Anna Mareschi Danieli e l’amministratore delegato di Ferriera Valsabbia Ruggero Brunori. “Dietro all’Ilva oltre agli occupanti e alle persone, ci sono filiere importantissime di prodotti”, ha detto ancora Orsini.
Urso: “Possibili nuove offerte in gara, purché migliorative”
Ma cosa succede adesso rispetto alla gara? “Secondo le procedure europee e internazionali, così come è stata concepita, è una gara in cui ciascuno può comunque presentare una manifestazione di interesse anche durante il negoziato, purché sia migliorativa rispetto a quelle che sono in atto – ha risposto Urso alla Camera -. Quindi, ove vi fosse un’altra ipotesi come quella che sembra prefigurarsi potrebbe essere presa in considerazione insieme alle altre che sono già nelle procedure negoziali”. Il ministro ha specificato che “è ovvio che le procedure negoziali devono tenere conto della sentenza. Quindi una cosa è cert: gli altiforni, l’area a caldo non potranno più essere riattivati. Rimarranno in Europa gli altri 22 stabilimenti in Germania, in Francia piuttosto che in negli altri Paesi europei, che continueranno a produrre con gli altiforni secondo le regole europee che evidentemente sono diverse da quelle che la sentenza ha deciso per Taranto”.
Nel frattempo le segreterie nazionali di Fim, Fiom, Uilm hanno inviato il documento unitario “Piano straordinario nazionale di messa in sicurezza e rilancio dell’ex Ilva” a tutte le forze politiche di governo e opposizione, alle Regioni e ai sindaci coinvolti, a Federmeccanica e a Confindustria. Nel piano sono rimarcati gli obiettivi delle organizzazioni riguardo il futuro dell’ex Ilva, tra cui la continuità produttiva degli stabilimenti, il rilancio degli impianti di finitura anche attraverso l’acquisto di bramme e semiprodotti, l’integrità del gruppo siderurgico, il risanamento ambientale e le garanzie occupazionali.
Le reazioni dalla Liguria
“Una novità di rilievo, un varco nella direzione auspicata da tempo da Noi Moderati: quella della italianizzazione come soluzione per l’impasse della situazione di ex Ilva, con il coinvolgimento di player italiani”, ha detto Ilaria Cavo, parlamentare ligure di Noi Moderati e vicepresidente della commissione Attività produttive della Camera. “Abbiamo sempre sostenuto – ha aggiunto – che la strada da seguire fosse quella di affidarsi alle eccellenze italiane per costruire, nel confronto con le parti sociali, un percorso serio che consenta di mantenere la produzione dell’acciaio nel nostro Paese, garantire l’autonomia produttiva e di approvvigionamento, e quindi la concorrenzialità, e soprattutto tutelare i livelli occupazionali. Ora questa diventa la strada”. “Per i commissari sarà importante valutare, come ha precisato il ministro, chi meglio potrà garantire l’approvvigionamento con bramme e coils degli stabilimenti a freddo, ma si dovrà tenere conto innanzitutto della salvaguardia dei posti di lavoro, degli scenari di prospettiva, dell’importanza strategica che l’acciaio rappresenta per il nostro Paese. Solo dopo aver individuato le esigenze legate alla salvaguardia della siderurgia, si potrà e dovrà pensare a una diversa destinazione di alcune aree. L’auspicio – ha concluso – è che la strada aperta oggi porti quantomeno a una nuova più concreta prospettiva”.
“Rispondendo al question time alla Camera il ministro Urso ha praticamente detto che l’ex Ilva chiude. Per colpa della magistratura ma chiude. Forse prima di autorizzare il de profundis di un bel pezzo dell’acciaio italiano qualcuno a palazzo Chigi se ne dovrebbe occupare”. Così sui social l’ex ministro del Lavoro e responsabile Politiche industriali del Pd, Andrea Orlando.
“Dopo ore di annunci e dichiarazioni, l’unico dato certo emerso oggi è la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva. Ma questa non è una notizia: è semplicemente la presa d’atto di quanto già stabilito dalla magistratura. Il governo non ha saputo intervenire prima per evitare una situazione che oggi mette a rischio il futuro industriale e occupazionale degli stabilimenti di Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi e Marghera”. Lo dichiarano gli esponenti del Partito Democratico Alberto Pandolfo, Valentina Ghio, Federico Fornaro, Francesca Viggiano, Claudio Stefanazzi, Marco Lacarra, Luca Pastorino.
“Dal confronto di oggi non è arrivata alcuna rassicurazione concreta per lavoratrici e lavoratori, ma una preoccupante assenza di prospettive chiare e concrete sul rilancio dell’impianto. Restano una bomba sociale e una bomba ambientale senza una soluzione definita. Il governo parla di possibili cordate e presenta come un risultato una disponibilità all’analisi del dossier da parte di Federacciai. Ma siamo ancora alle ipotesi: la disponibilità a valutare non è un piano industriale né una soluzione. Trasformare un’analisi preliminare in una soluzione significa raccontare una realtà che oggi non esiste. Il ministro Urso millanta soluzioni che non ci sono, ma in realtà non ha piani concreti. Il vero obiettivo del governo sembra essere la nomina di un nuovo commissario per la gestione delle aree non interessate dal blocco disposto dalla magistratura. Un commissario non può diventare l’ennesimo strumento per prendere tempo: il problema non è individuare un nuovo incarico, ma costruire una prospettiva industriale, ambientale e occupazionale. I lavoratori dell’ex Ilva meritano risposte, non annunci. Dopo quattro anni di gestione del governo Meloni siamo in una situazione peggiore di quella di partenza: la magistratura ha imposto uno stop e l’esecutivo si limita a certificare un fallimento senza indicare una via d’uscita”, concludono i dem.




