Ex Ilva, arriva la manifestazione di interesse di Federacciai: una cordata di 14 aziende
ROMA – Ecco la manifestazione d’interesse per gli stabilimenti dell’ex Ilva tarantina. La recapita la Federacciai, la Federazione Imprese Siderurgiche Italiane, ma porta in calce la firma anche di 14 imprese associate. Riguarda tutti gli stabilimenti dell’ex ilva, esclusa l’area a caldo del sito di Taranto che è oggetto dello stop intimato dalla Corte d’Appello di Milano dal prossimo 28 ottobre, a causa di emissioni troppo elevate e per la presenza di amianto. Una decisione contro la quale, il 14 agosto, i commissari hanno presentato ricorso in Cassazione.
La cordata italiana
Della cordata, dettaglia una nota della Federazione, fanno parte: ABS Acciaierie Bertoli Safau, Acciaieria Arvedi, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions (Gruppo Asonext), AFV Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Feralpi Siderurgica, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, Marcegaglia Carbon Steel, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel.


La proposta della cordata italiana era emersa nelle scorse settimane, nel mezzo della corsa innescata dal provvedimento della Corte d’Appello di Milano, che impone entro fine ottobre la chiusura degli impianti a caldo. Una emergenza operativa che si affianca a quella finanziaria, visto l’imminente esaurimento del prestito ponte nelle casse dell’amministrazione straordinaria di Acciaierie d’Italia, l’ultimo autorizzato dall’Europa. Pure questo è previsto per ottobre, ai ritmi in cui la società brucia liquidità, e porterebbe allo stop dell’intera attività, anche quella di trasformazione a freddo.


La discesa in campo della cordata degli acciaieri italiani era attesa come offerta alternativa a quella degli indiani di Jindal. Una delle “condizioni abilitanti” dettagliate dal presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, era una revisione del bando di gara escludendo l’area a caldo.


Intervistato da Repubblica prima di Ferragosto, il presidente spiegava che l’interesse era rivolto “a tutto quello che viene a valle delle bramme, compresi i laminatoi a caldo, non agli altiforni e alle acciaierie a colata continua, di cui non vogliamo sapere nulla”. Altro punto era che restasse sulle spalle dello Stato “la gestione dell’eredità legale, ambientale e sociale dell’area a caldo”. E come soluzione ponte per garantire più tempo alla sopravvivenza dello stabilimento tarantino spiegava che “Marcegaglia ha detto di essere disposta a inviare 200 mila tonnellate di bramme a Taranto ai primi di ottobre in conto trasformazione”, per sostenere l’attività. Nei piani, diceva Gozzi, “tutto si potrebbe chiudere entro l’anno, per essere operativi all’inizio del prossimo”.
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