Dalla Puglia al mondo, volando (con la sua bimba) sui tasti di un pianoforte
Ci sono poche cose da insegnare a una artista come Beatrice Rana, la pianista italiana più importante nel mondo: trentatré anni, è di casa alla Scala come alla Carnegie Hall di New York, capace ogni volta di trascinare il pubblico, non solo grazie a mani baciate dagli dei, ma insieme e soprattutto per i programmi che impagina, restituiti con intelligenza, personalità, stile, gusto, classe inconfondibili. Da pochi mesi è diventata mamma di Margherita, che ha letteralmente “suonato” insieme a lei, avvicinata dal grembo alla tastiera fino agli ultimi concerti prima del parto. Ora è pronta a ripartire, in questo settembre, con un calendario a pieni giri. La incontriamo nelle sue terre di Puglia, mentre si conclude la decima edizione di “Classiche Forme”, il Festival internazionale di musica da camera da lei inventato e già diventato punto di riferimento culturale per il Salento, tra Lecce e dintorni.
Per un misterioso gioco sotterraneo del destino, il Festival di questo decennale porta un titolo presago: “Lessico familiare”: «Quando l’ho pensato in verità Margherita non era ancora nell’aria: non immaginavo che avrei intessuto anche con lei un lessico familiare. Io allora mi riferivo solamente ad autori e musiche legati da una qualche parentela, in particolare nel primo Novecento, un momento di crisi ma anche di apertura dei linguaggi. Invece mi sono trovata messa in gioco in prima persona, in questa esperienza della maternità: un passaggio tutto nuovo, fisico ed emotivo. C’è stato un prima e un dopo, come non era mai successo: prima del parto e dopo. Travolgente. Perché in tutta la mia vita sono stata lontana dal pianoforte solamente per una settimana: quando Margherita è nata. E dopo sette giorni di distacco, la tastiera mi è sembrata estremamente piccola». Piccola in rapporto a quanto aveva vissuto? Oppure perché la maternità rende grandi? «Non lo so, incomincio solo adesso a razionalizzalo. Mai provata questa sensazione. E dire che durante tutta la gravidanza avevamo vissuto la musica in rapporto simbiotico, io continuando a suonare e lei che cresceva appoggiata allo strumento. Avevo anche imparato le sue preferenze, in base ai messaggi interni: bene i francesi, meno Prokofiev».
E adesso si ricomincia: da settembre la prima tournée, particolarmente importante. «Sarò solista nel ‘Quarto’ di Beethoven insieme con la Staatskapelle di Dresda e Daniele Gatti. Non ho mai suonato diretta da lui. Sono curiosa, in attesa. Facciamo tappa in quattro città, due in Germania e due in Italia, a Verona e Merano. Poi dal primo di ottobre ritorno al recital: mi piace confezionare un programma mirato, uno solo per ogni stagione. Magari qualcuno storce il naso, tra i direttori artistici o gli organizzatori musicali, perché vorrebbero una locandina in esclusiva. Ma io credo nella necessità di approfondire un impaginato, proprio perché si crei nella ripetizione una permanenza, un progredire». Così dopo il recupero a Brescia, il primo di ottobre, del programma previsto per il Festival internazionale di Brescia e Bergamo (Bach “Concerto italiano”, Muzio Clementi con la rara “Sonata n. 3, Didone abbandonata” e infine “Carnaval” di Schumann, uno dei testi più complessi del repertorio) ecco pronto un nuovo pacchetto Bach-Debussy-Chopin, che attraverserà serrato le sale di Gent, Bruxelles, Lussemburgo, Saragozza, Madrid, Lisbona, approdando a Milano, il 13 ottobre in Conservatorio, per inaugurare il cartellone della Società del Quartetto.
Subito a ruota la attende un debutto importante, un colosso del repertorio: «Sì, il Secondo Concerto di Brahms. Mai affrontato. Lo eseguirò con diverse orchestre e in varie città. Inizio da Stoccolma e dopo Toulouse e Francoforte arrivo a Parigi, a inizio dicembre. Con la Chamber Orchestra of Europe e la direzione di Yannick Nézet-Séguin lo porteremo poi a New York, alla Carnegie Hall. Lì mi attendono altre date, da aprile 2027». Con un pubblico che particolarmente la ama, visti i successi entusiastici e i “sold out” delle stagioni passate. «New York ha un pubblico meraviglioso, caldo, pronto a entusiasmarsi. Però oggi penso che la mia città ideale, dove vivere per il futuro, potrebbe essere Parigi». E tuttavia la determinata pianista salentina ha sentito la necessità di ritornare alle radici: perché? «La Puglia trabocca di turisti, in particolare d’estate. Ma il mio obiettivo con il Festival “Classiche Forme” era quello di intercettare i residenti locali, i miei concittadini, i giovani, proponendo programmi di alta qualità e con i migliori interpreti che conosco. Lecce era una città piena di musica, quando io ero piccola…» Cioè vent’anni fa: che cosa è cambiato in un tempo così breve? «Ad una bambina come ero allora, curiosa di sentire i grandi, ogni settimana veniva offerta la possibilità di incontrare giganti del pianoforte come Zimerman, Sokolov, la Argerich. Anche il teatro era molto vivo: ricordo Katia Ricciarelli, ricordo la prima volta qui giovane Florez, il tenore principe rossiniano e del belcanto . Oggi tutto sembra assopito. Tuttavia con ‘Classiche Forme’, in dieci anni di attività, ho sperimentato attenzione e curiosità, persino verso repertori sconosciuti: posso ad esempio proporre il Secondo Quartetto di Ligeti e gli spettatori seguono, palesemente conquistati. In generale penso che si dovrebbe aver più fiducia, osare nelle scelte anziché rifugiarsi in proposte ripetitive».
Ma il pubblico si fida perché ha la garanzia del nome di Beatrice, amatissima. Ai concerti arrivano entusiasti anche i piccoli di Arnesano, quattromila abitanti in provincia di Lecce, dove ancora risiedono i genitori di Beatrice, Maria Pina Solazzo e Vincenzo Rana. Entrambi pianisti, i primi a suo tempo ad accorgersi del talento speciale di lei, intorno ai tre-quattro anni di età, sostengono la necessità di coltivare le potenzialità artistiche sin dalla prima infanzia: hanno creato infatti il “Sistema Musica Arnesano”, dove si offrono lezioni di strumento e di orchestra gratuite, inserite nei programmi delle scuole primarie. «Non succedeva così prima: io e mia sorella Ludovica venivamo guardate come marziane, considerate strane, perché lei suonava il violoncello e io il pianoforte e passavamo ore di studio chiuse in casa. Quando poi verso la fine delle elementari avevo già vinto qualche concorso, e incominciavano ad arrivare i primi concerti, non sempre i docenti mi comprendevano. Se facevo una assenza non la giustificavano». Oggi si saranno ricreduti, vero? «Certo è cambiato l’approccio culturale, verso lo studente di musica. Eppure non tutto fila liscio, perché ora ci troviamo di fronte a un altro problema: dopo il Covid l’importanza dei social ha cambiato l’approccio verso gli artisti, la logica dei numeri, dei like, diventa schiacciante. Hai bisogno della approvazione su tempi brevi. E intanto in generale la soglia di attenzione si accorcia. Invece io credo nel lungo raggio, dove la qualità premia sempre. Anche se l’arcata profonda della scrittura musicale rischia di rimanere un territorio per pochi. Ne vediamo il riscontro delle sale: New York è una città facilissima, riempi sempre, anche all’ennesima replica. In Germania, a parte l’isola felice di Berlino, il calo di pubblico è evidente: gli anziani se ne vanno e non c’è ricambio».
Source link




