Marche

da Indesit a iGuzzini, in 25 anni 71 acquisizioni eccellenti


ANCONA Attrattivi o terra di conquista, questo è il dilemma. La cronistoria delle acquisizioni di imprese marchigiane da parte delle multinazionali può essere letta in due modi diametralmente opposti. La differenza la fa quello resta dopo quelle acquisizioni. Negli ultimi 25 anni sono state 71 le principali acquisizioni di imprese marchigiane da parte di grandi gruppi, secondo l’ultimo rapporto del Centro di Ricerca per l’Innovazione e l’Imprenditorialità dell’Università Politecnica delle Marche realizzato in collaborazione con Dealbiz.

Nell’86% dei casi le aziende marchigiane sono finite completamente – o per la maggior parte delle quote – sotto altri vessilli, nel 14% solo per una quota di minoranza. Elettrodomestici, moda, motori, tecnologia: c’è un po’ di tutto nel lungo carnet. Nel primo gruppo hanno segnato un’epoca l’acquisizione della Indesit dei Merloni da parte degli statunitensi della Whirlpool nel 2014, che a sua volta hanno poi ceduto nel 2024 ai turchi di Beko. E la crisi che stanno vivendo a Fabriano è storia recente. Oppure il passaggio dell’IGuzzini Illuminazione, ceduta dal patron Adolfo Guzzini nel 2019 agli svedesi della Fagerhult AB. Da una parte una crisi strutturale, dall’altra la mancanza di ricambio generazionale.

Lo shopping

Andando ancora più indietro, nel 2005, la storica Benelli passata ai cinesi del Gruppo QianJiang. Fino alle ultime due acquisizioni recenti andate a buon fine, ma partite da presupposti diversi: la voglia di crescere sempre di più. La Civitanavi System di Porto Sant’Elpidio, specializzata in sistemi di navigazione nella difesa spaziale acquisita nel 2024 dal colosso statunitense Honeywell. E la Namirial di Senigallia, l’eccellenza del campo dei software-service, la cui maggioranza è stata rilevata l’anno scorso dal fondo a stelle e strisce Bain Capital per 1,1 miliardi. A fronte di queste acquisizioni, le aziende marchigiane che sono riuscite a mettersi dall’altra parte del tavolo delle trattative per acquistare e non vendere sono a malapena il 15% scarso. «Essere attrattivi è sicuramente un dato positivo – spiega il prof Donato Iacobucci, docente di Economia applicata a Univpm – il problema però è che molto spesso le imprese marchigiane sono acquisite soprattutto per quello che riguarda la loro capacità produttiva. E qui rimane solo il lavoro meno qualificato, mentre vengono portate via le funzioni con maggior valore aggiunto come ricerca e sviluppo. Nell’ultimo decennio, stando ai dati Istat è calata la quota di quadri e dirigenti sull’occupazione totale delle Marche, mentre invece a livello italiano è aumentata». Nelle Marche è calata del 7,8%, in Italia è aumentata del 14,2%. Ciò significa che la teste pensanti delle aziende, chi fa ricerca, sviluppo, marketing si sono spostate altrove.

Il rischio

E questo comporta rischi seri come stiamo vedendo in questi giorni e Cerreto d’Esi con Electrolux. «Se rimane solo la parte produttiva – aggiunge Iacobucci – è chiaro che nel momento in cui si trova un Paese dove produrre costa meno si rischia la chiusura». Quindi, bisogna agire su due leve. «Puntare a meccanismi che incentivino e stimolino le aziende a crescere dimensionalmente. Quindi superare il modello della piccola impresa, del distretto». E poi va rivista la politica industriale. «Basta con le risorse elargite a pioggia, dobbiamo entrare nella strategia di specializzazione intelligente, cioè scegliere alcuni settori strategici e su quelli concentrare le risorse. Che è quello che imporrà l’Ue con la nuova programmazione 2028-2034». Certo, potevamo cominciare prima. Ma non è mai troppo tardi.




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