Crisi di Hormuz, scorte mondiali di petrolio ai minimi per lo shock sull’offerta
La crisi nello Stretto di Hormuz sta provocando uno dei più forti shock petroliferi degli ultimi decenni, con effetti simultanei su domanda, offerta, raffinazione, scorte e prezzi.
Secondo le nuove stime dell’Agenzia internazionale per l’energia, pubblicate nell’ultimo rapporto sul mercato petrolifero, nel 2026 la domanda mondiale di petrolio è attesa in calo di 420 mila barili al giorno rispetto al 2025, a quota 104 milioni di barili al giorno: 1,3 milioni in meno rispetto alle previsioni precedenti al conflitto.
Il crollo più forte è previsto nel secondo trimestre, con una riduzione di 2,45 milioni di barili al giorno, trainata soprattutto da petrolchimico e aviazione, ma destinata ad allargarsi ad altri comparti per effetto di prezzi elevati, rallentamento economico e misure di contenimento dei consumi.
Sul fronte dell’offerta, la produzione globale è già scesa a 95,1 milioni di barili al giorno ad aprile, con perdite cumulative di 12,8 milioni di barili al giorno rispetto a febbraio. I Paesi del Golfo colpiti dalla chiusura di Hormuz producono oggi 14,4 milioni di barili al giorno in meno rispetto ai livelli pre-guerra. Parte delle perdite viene compensata dall’aumento della produzione nel bacino atlantico, soprattutto da Stati Uniti, Brasile, Canada e Kazakhstan.
Le raffinerie stanno riducendo drasticamente la lavorazione di greggio: nel secondo trimestre 2026 i volumi raffinati sono previsti in calo di 4,5 milioni di barili al giorno, complice la minore disponibilità di materia prima, i danni infrastrutturali e le restrizioni all’export. Nonostante ciò, i margini di raffinazione restano su livelli storicamente elevati, sostenuti dalla forte tensione sui distillati medi come diesel e jet fuel.
Intanto le scorte petrolifere mondiali si stanno prosciugando a ritmi record. Tra marzo e aprile gli stock globali sono diminuiti di circa 250 milioni di barili, pari a 4 milioni di barili al giorno. Il deficit tra domanda e offerta si riflette nel rapido calo delle scorte globali, evidenziato nel grafico dalle barre negative. Solo ad aprile le scorte terrestri sono calate di 170 milioni di barili a causa delle difficoltà nei traffici marittimi attraverso Hormuz.

Sempre ad aprile il benchmark europeo del greggio, il North Sea Dated, ha oscillato in una banda di quasi 50 dollari al barile, salendo fino a una media di 120 dollari al barile dopo l’interruzione dei flussi mediorientali. Successivamente i prezzi sono crollati sotto i 100 dollari per poi risalire intorno a 110 dollari, seguendo le indiscrezioni sui negoziati tra Stati Uniti e Iran per una possibile riapertura dello Stretto.
Secondo il report, le perdite cumulative di offerta dai produttori del Golfo superano già il miliardo di barili, con oltre 14 milioni di barili al giorno di produzione bloccata. Tuttavia il deficit di mercato è mitigato dal fatto che il sistema petrolifero globale era già in surplus prima della crisi e dalla capacità di produttori e consumatori di reagire rapidamente ai segnali di prezzo.
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