Comandante, perché Favino parla in veneto? Il retroscena del film che pochi conoscono
Uscito nelle sale nel 2023 e presentato come film d’apertura dell’80ª Mostra del Cinema di Venezia, Comandante è diretto da Edoardo De Angelis e scritto dallo stesso regista insieme a Sandro Veronesi. Al centro della storia c’è Salvatore Todaro, ufficiale della Regia Marina e comandante del sommergibile Cappellini, interpretato da Pierfrancesco Favino. La vicenda raccontata dal film è ambientata nell’autunno del 1940, nei primi mesi della Seconda guerra mondiale. Il Cappellini naviga nell’Atlantico quando incrocia il Kabalo, un mercantile belga che trasporta materiale bellico destinato agli inglesi. La nave apre il fuoco contro il sommergibile italiano e Todaro reagisce ordinandone l’affondamento.
È però ciò che accade dopo a trasformare quella missione militare in una storia destinata a rimanere nella memoria. Todaro decide infatti di soccorrere i 26 uomini dell’equipaggio del mercantile, nonostante ciò significhi mettere a rischio il proprio sommergibile e i suoi marinai. Con così tante persone a bordo, il Cappellini non può immergersi e deve procedere in superficie per raggiungere un approdo neutrale alle Azzorre. È questo il cuore morale del film: Todaro non rinuncia al proprio ruolo di comandante in guerra, ma considera il soccorso in mare un dovere che viene prima dell’odio verso il nemico. Una scelta che il film sintetizza nella celebre idea della “legge del mare”.
Ma perché Favino parla in veneto? È probabilmente la curiosità che più colpisce lo spettatore. Salvatore Todaro era nato a Messina il 16 settembre 1908, ma la sua formazione umana e professionale fu legata anche al Veneto. Figlio di Giovanni Todaro e Rosina Ruggeri, trascorse nella città siciliana i suoi primi anni di vita, fino a quando, con l’inizio della Prima guerra mondiale, la famiglia si trasferì a Chioggia. La decisione fu legata al lavoro del padre, maresciallo di artiglieria, che era stato destinato alla laguna veneta con l’incarico di responsabile di Forte Penzo. Nel film, dunque, Favino non utilizza il veneto per una scelta casuale o puramente estetica. Il dialetto serve a restituire la provenienza culturale del personaggio così come è stata costruita nella pellicola, legata alla sua esperienza di vita nel Veneto.
Ma c’è un secondo motivo, ancora più interessante dal punto di vista cinematografico, spiegato direttamente da Favino alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2023: “La scelta di utilizzare il veneto è stato importante perché certe asprezze della cadenza di questo dialetto consentono una strada più tortuosa all’emozione di questo film. Massimiliano Rossi da napoletano si è dovuto impegnare molto per parlare in veneto, io sono abituato ad interpretare diversi accenti.”
Una scelta tutt’altro che secondaria. Todaro è un uomo che vive continuamente sul confine tra la violenza della guerra e il rispetto per la vita umana. La sua voce doveva quindi possedere qualcosa di ruvido, concreto, quasi trattenuto. Favino utilizza l’accento per dare al personaggio una fisicità ulteriore, evitando di trasformarlo in un eroe sentimentale. Anche Massimiliano Rossi, napoletano, ha dovuto confrontarsi con il veneto per il proprio ruolo.
Tra i retroscena più sorprendenti di Comandante c’è anche quello relativo alla scenografia. Per rendere credibile la vita claustrofobica del Cappellini, la produzione non si è limitata a ricorrere alla computer grafica. A Taranto è stato costruito uno scafo lungo circa 73 metri, con un peso superiore alle 70 tonnellate. La replica è stata realizzata nell’arco di circa otto mesi e ha richiesto il lavoro di ingegneri, artigiani e tecnici. La struttura è stata progettata per poter galleggiare e muoversi sull’acqua, permettendo alla macchina da presa di lavorare in condizioni molto più realistiche. Gli interni, invece, sono stati ricostruiti a Cinecittà World partendo anche da una struttura utilizzata anni prima per U-571, il film di guerra diretto da Jonathan Mostow nel 2000.
La scelta di De Angelis è stata quella di immergere (è il caso davvero di dirlo) lo spettatore nella quotidianità dell’equipaggio più che costruire semplicemente un film bellico spettacolare. Il sommergibile diventa così quasi un personaggio: uno spazio ristretto nel quale convivono paura, disciplina, superstizione, fatica e solidarietà. Anche il corpo di Todaro racconta la sua storia: l’ufficiale aveva riportato una grave lesione alla colonna vertebrale dopo un incidente con un idrovolante e portava un busto ortopedico. Nonostante le conseguenze dell’infortunio, continuò la propria carriera militare. Il punto di forza di Comandante sta proprio nella contraddizione del suo protagonista. Todaro combatte, affonda una nave nemica e guida un equipaggio militare in una guerra brutale. Ma, nello stesso tempo, sceglie di salvare gli uomini che si trovano dall’altra parte. E lo fa parlando in dialetto veneto, pur essendo di origini siciliane.
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