Trentino Alto Adige/Suedtirol

Bolzano, giallo sulla pietra d’inciampo cancellata dall’asfalto – Bolzano



BOLZANO. Svanita. O asfaltata. Non è dato sapere. Non c’è più la pietra d’inciampo posata dal Comune nel 2024 alla rotonda tra via Lancia e via Siemens, per ricordare uno dei Sette di Gusen, i partigiani bolzanini arrestati a dicembre 1944, condotti prima nel lager di Bolzano e deportati infine ad Auschwitz. Nessuno di loro ritornò. Si chiamavano Tullio Degasperi, Walter Masetti, Adolfo Beretta, Erminio Ferrari, Romeo Trevisan, Gerolamo Meneghini. Fra loro c’era anche Decio Egisto Fratini, nato il 7 aprile 1905 a Castiglione del Lago (Perugia). Si era trasferito per lavoro a Merano con moglie e due figli.

A Merano la famiglia Fratini abitava in via Piave 36. Decio era dirigente presso la fabbrica Ceda (Carburanti E Derivati Autarchici) nella zona industriale di Bolzano, proprio in corrispondenza dell’odierna rotatoria. Dopo il settembre 1943, sotto l’occupazione nazista della Zona di Operazioni delle Prealpi che aveva Bolzano come capoluogo, Fratini entrò a far parte del Comitato di Liberazione Nazionale cittadino, sotto la guida di Manlio Longon. Fu arrestato in fabbrica il 19 dicembre 1944. Dopo interrogatori e maltrattamenti fu deportato nel blocco celle del lager di via Resia. Partì dal lager di Bolzano sui vagoni bestiame del grande Transport del 1° febbraio 1945. Nel lager di Mauthausen fu immatricolato con il numero 126.189. Dopo la quarantena venne inviato nel campo dipendente di Gusen 1, dal 16 febbraio fino al giorno della sua morte, avvenuta il 27 aprile 1945.

Ad accorgersi della sparizione della sua pietra di inciampo è stata Karin Bertagnolli: «Lavoro al Noi Techpark, ci passo davanti tutte le mattine. L’avevo notata in particolare, e mi ero detta: guarda che strano, una pietra di inciampo in piena zona industriale». Non una pietra di inciampo come altre, posate in centro, sotto casa dei poveri ebrei deportati in Germania. Bertagnolli ha riferito la cosa in ufficio e, nei giorni scorsi, ha accompagnato una collega per mostrargliela. «Non c’era più, riasfaltata». In zona sono attualmente in corso dei lavori di ristrutturazione di un edificio. Si notano nuove tubature idrauliche ed elettriche. Sul marciapiedi esterno, in piena rotonda, si vedono i segni di scavi poi riasfaltati, ma non è dato sapere chi vi abbia lavorato. «Ho subito fatto circolare la notizia, anche fra i vecchi compagni di scuola, speravo che qualcuno mi potesse spiegare come mai la pietra d’inciampo era stata coperta o, speriamo di no, eliminata». Bertagnolli è rimasta piuttosto sconcertata dall’episodio. «In pratica, Fratini è scomparso per la seconda volta…».

«Non ero al corrente della sparizione», chiarisce, pure lei colpita, Carla Giacomozzi dell’Archivio storico del Comune, grazie alle cui ricerche erano state posizionate le pietre d’inciampo. Un progetto artistico nato in Germania poco più di un trentennio fa, quello delle pietre d’inciampo, come illustrano i dépliant municipali. Una sorta di monumento per difetto, che segnala un’assenza, che contribuisce in maniera pregnante a vivificare il ricordo di queste persone e dei tragici eventi che le hanno travolte. Si tratta di un inciampo non fisico ma mentale ed emozionale: si può passare davanti a questi luoghi nella fretta assente della vita di tutti i giorni senza inciamparvi affatto, ma si può invece fermarsi e dedicare un momento di ricordo a questo capitolo doloroso della storia del Novecento per poi riprendere il proprio percorso di vita, ricchi di una diversa sensibilità.




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