Approfondimenti – La scienza dell’incipit – Francesco De Gregori, 20 canzoni dall’attacco folgorante

È una vera e propria “scienza dell’incipit” quella elaborata da Francesco De Gregori in oltre cinquant’anni di carriera. Non a caso la prese male (anche troppo) quando Gianni Morandi gli banalizzò l’attacco di “Buonanotte Fiorellino”. Spesso il primo verso introduce il protagonista, che può essere lo stesso autore sotto mentite spoglie (“Arlecchino”, “Il ragazzo”, “l’uomo che cammina sui pezzi di vetro”) oppure cita il titolo del brano (“Alice”, “Bene”, “Giovane esploratore Tobia”, “La campana”, “Viva l’Italia”, “Terra e acqua”, “Generale” etc.). Altre volte spiazza completamente, porta fuori strada: “Mio padre seppellito un anno fa, nessuno più a coltivare la vite” (“Pablo”), “Cade pioggia e cade neve, non ho più la mia virtù” (“Marianna al bivio”), “Gli aerei stanno al cielo, come le navi al mare” (“Renoir”). In altri casi, infine, si tratta di una citazione, che sia biblica – “Ecco l’agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo” (su “L’agnello di Dio”) – o perfino sanremese – “Prendi questa mano, zingara, dimmi pure che futuro avrò” (“Prendi questa mano, zingara”) – e pubblicitaria, come “Le stelle sono tante, milioni di milioni” (“Niente da capire”), mentre suonano del tutto autoreferenziali gli attacchi contrapposti di brani come “Finestre di dolore” (“La luce della luna ci trovò sopra un tetto”) e “Souvenir” (“Niente luna questa sera, niente gatti sopra il tetto”).
In molte occasioni, ci troviamo di fronte a incipit “in medias res”. De Gregori, infatti, rifugge le introduzioni, i prologhi didascalici. Scaraventa l’ascoltatore direttamente nel mezzo della storia, dando per scontato che l’inizio sia noto oppure fornendo via via le chiavi per ricostruire il puzzle.
Abbiamo pensato allora di raccogliere in questo speciale-playlist un sunto di questa sua attitudine: 20 canzoni che contengono alcuni dei suoi incipit più folgoranti in assoluto (ma l’elenco si potrà certamente ampliare).
Rimmel (da “Rimmel”, 1975)
E qualcosa rimane
Fra le pagine chiare e le pagine scure
E cancello il tuo nome dalla mia facciata
E confondo i miei alibi e le tue ragioni
Uno spartiacque definitivo per l’intera canzone italiana. Istantanea logora di un addio, la title track dell’Lp del 1975 si smarca da ogni sentimentalismo, per rifugiarsi nella malinconia, nel disincanto. Tutto procede per indizi, per squarci narrativi, sempre asciutti, eppure emozionanti: “E qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure”: niente più di questo è dato sapere. La sconfitta è ammessa, con cinica rassegnazione: “E cancello il tuo nome dalla mia facciata, e confondo i miei alibi e le tue ragioni”. Una geniale inversione delle consuete recriminazioni post-fine di un amore, in cui lo stesso protagonista si costituisce subito, ammettendo di avere solo “alibi” a fronte delle altrui “ragioni”. E non sarà l’unica volta.
Renoir (da “De Gregori”, 1978)
Gli aerei stanno al cielo
Come le navi al mare
Come il sole all’orizzonte la sera
Come è vero che non voglio tornare
A una stanza vuota e tranquilla
Dove aspetto un amore lontano
Una magnifica cartografia di sogni e fantasie, dove gli aerei stanno al cielo come le navi al mare. È l’incipit della canzone bifronte dell’album “De Gregori”, prima fragorosa e sgangherata (con lo stesso Francesco al controcanto), poi mesta e dolcissima, come se si trattasse di due letture dello stesso quadro. Con l’immagine del distacco al centro della scena. Ma la partenza non recide mai del tutto il filo della storia, il dolore dell’addio si stempera nel ricordo di quell’attimo, come se qualcosa, misteriosamente, fosse ancora rimasto (“la mattina che prese il treno e seduta accanto al finestrino/ vide passare l’Italia ai suoi piedi/ giocando a carte col suo destino”). Con tanto di autodifesa finale contro le solite “maledette malelingue”, per dirla con Ivan Graziani (“Non è vero che io l’abbia perduta, dimenticata, come dice la gente”).
Bufalo Bill (da “Bufalo Bill”, 1976)
Il paese era molto giovane
i soldati a cavallo erano la sua difesa
il verde brillante della prateria
dimostrava in maniera lampante l’esistenza di Dio
del dio che progetta la frontiera
e costruisce la ferrovia
Pochi tratti di matita per l’incipit declamatorio di uno dei più celebri ritratti degregoriani, quello di William Frederick Cody, il ragazzo “biondo quasi come Gesù”, che “giocava a ramino e fischiava alle donne”. Il sipario si apre sulla terra promessa, un eden atavico protetto dai suoi soldati e da una divinità rassicurante. Chi, potendo scegliere tra la vita e la morte, non avrebbe scelto l’America? Nato a metà dell’Ottocento, Cody si era conquistato il titolo di Bufalo Bill cacciando i bisonti, ma era anche “credulone e romantico”. Uno spirito brado che rifiuta la “strada segnata” della locomotiva, metafora della routine della società industriale. Come il bufalo, “può scartare di lato e cadere”. E cadrà, finendo stritolato nei gangli della nuova società americana, quella che gli farà firmare un contratto per girare il mondo come fenomeno da baraccone nel Circo Barnum. L’America dei falsi sorrisi a 32 denti, dei travet che prendono il posto dei cowboy: un’amara parabola della frontiera di cui De Gregori parlerà finanche con l’ex-presidente statunitense Bill Clinton in un celebre incontro del 2022.
Disastro aereo sul canale di Sicilia (da “Bufalo Bill”, 1976)
Risulta peraltro evidente
Anche nel clima della distensione
Che un eventuale attacco ai paesi arabi
Vede l’Italia in prima posizione
Uno degli episodi più politici – e profetici – del canzoniere di De Gregori. Ispirato dalla lettura di un articolo di Lotta Continua sulle spese militari in Italia, narra di un giovane pilota americano di caccia Nato F-104 (corrosivamente definito “fabbrica di vedove”) che porta a termine le sue missioni di morte. Con la complicità di un alleato italiano eternamente succube, cui viene riservato lo sferzante prologo. Ma il “disastro aereo nel Canale di Sicilia” – la caduta del caccia Nato in quel tratto di mare – suona anche come la più preveggente delle profezie sulla strage di Ustica, con 14 anni di anticipo. Il 27 giugno del 1980, quando il Dc-9 dell’Itavia si squarcerà in volo e scomparirà in mare, in molti ripenseranno a quei versi. E chissà se proprio per questo Marco Risi chiamerà De Gregori a scrivere la colonna sonora del suo “Muro di gomma”, il film del 1991 che racconta misteri e depistaggi di una delle pagine più oscure della storia repubblicana.
Bene (da “Francesco De Gregori”, 1974)
Bene
se mi dici che ci trovi dei fiori in questa storia
sono tuoi
ma è inutile cercarmi sotto il tavolo
ormai non ci sto più
ho preso qualche treno, qualche nave, qualche sogno
qualche tempo fa
Ancora un incipit bruciante, caustico, ma affondato in un abisso di malinconia. Nel buio della stanza dei ricordi, a commemorare un’altra storia d’amore finita più o meno come quella di “Rimmel”. Scritto di getto, in quel paio d’ore di creatività sfrenata che produsse anche “Niente da capire”, “Bene” è uno dei capolavori meno conosciuti di De Gregori. Un prodigio di melodia trattenuta – la chitarra che “piange gentilmente”, il rintocco del piano a sottolineare un tema armonico lineare, ora più acuto, ora più grave – e un altro incanto di liriche minimali. Una lettera d’addio che si ferma sul ciglio della nostalgia, appena in tempo per frenare le lacrime, magari con l’aiuto dell’ironia. Con tutta la debolezza di quel tenerissimo congedo: “Ma puoi chiamarmi ancora amore mio”. Tutto troppo intimo e toccante per essere cantato dal vivo. E infatti non troverà mai spazio nelle scalette dei concerti.
Alice (da “Alice non lo sa”, 1973)
Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole
mentre il mondo sta girando senza fretta
Irene al quarto piano è lì tranquilla
che si guarda nello specchio e accende un’altra sigaretta
E Lili Marleen, bella più che mai, sorride
e non ti dice la sua età
ma tutto questo Alice non lo sa
Sparato così, senza introduzione strumentale, è uno di quegli attacchi da ko immediato, a introdurre il primo di una lunga serie di ritratti femminili degregoriani. Poco importa, allora, sapere chi sia la protagonista (Alice) o Irene al quarto piano, ancora tranquilla prima che la sua sorte si consumi in un’altra canzone, o una Lili Marleen di celluloide, vanitosa e irresistibile. Alice è un’allegoria dell’incoscienza, dell’ingenuità, della dolce passività della giovinezza. Come la protagonista del romanzo di Lewis Carroll scaraventata nel Paese delle meraviglie di cento anni dopo. Poi quel ritornello apparentemente slegato dal resto, quell’apertura melodica che lascia senza fiato, sul versificare delirante dello sposo che si ribella, perché “è impazzito oppure ha bevuto”, ma che alla fine non si sottrarrà al suo dovere. Forse. Perché tutto è magicamente sfocato, indefinito, in un affastellarsi free di immagini dal piglio quasi dadaista, che frulla in versi astratti tutte le passioni artistiche del giovane De Gregori: l’Ulisse di Joyce, Pavese, la pop-art di Warhol, cubismo e dadaismo, l’America di Kerouac, il Fellini di “Otto e ½”, l’Antonioni di “Blow-Up”. “Alice” è la canzone che sdoganerà il cantautore romano presso il grande pubblico.
Titanic (da “Titanic”, 1982)
La prima classe costa mille lire
la seconda cento
la terza dolore e spavento
e puzza di sudore dal boccaporto
e odore di mare morto
Scene di lotta di classe al tempo del Titanic. Nei saloni scintillanti del transatlantico esplodono le contraddizioni sociali di un’epoca che ha divaricato il solco tra i passeggeri di prima classe, i ricchi parvenu borghesi, e i proletari, gli emigranti e i diseredati, costretti ad abbandonare la loro terra per non morire di fame. De Gregori gira la scena con maestria da regista, celebrando, tra rumba e swing, la saltellante festa sotto la “luna-metallo”, il volto spensierato e incosciente della “nera nera nave” che viaggia spedita verso il disastro. Una eccitazione collettiva di sogni e false emozioni in cui anche i “cafoni” si sentono trattati “da signori” (“questa cuccetta sembra un letto a due piazze/ ci si sta meglio che in ospedale”). “Per sposarci si va in America”, “per non morire si va in America”: il conflitto sociale, in fondo, non era mai stato sintetizzato così efficacemente. Plasmata su ondeggianti cadenze latine, senza ritornello, con un riff che richiama vagamente un vecchio brano sudamericano (“Delicado”), la title track sarà il biglietto da visita di “Titanic”.
L’abbigliamento di un fuochista (da “Titanic”, 1982)
Figlio con quali occhi, con quali occhi ti devo vedere
Coi pantaloni consumati al sedere e queste scarpe nuove nuove
Figlio senza domani, con questo sguardo di animale in fuga
E queste lacrime sul bagnasciuga che non ne vogliono sapere
A bordo del Titanic, De Gregori imbarca anche uno dei suoi numi storici fin dai tempi del Folkstudio: Giovanna Marini. Il miglior controcanto possibile per questo arioso duetto vocale sorretto dalla fisarmonica, che narra una commovente storia di partenze e di addii. L’elegia di uno strazio materno che straripa dai solchi con palpitante intensità. Nel confronto tra madre e figlio si consuma il dramma dello sradicamento di chi quel prodigio futurista dovrà alimentare con caligine e sudore. Un espediente mutuato dall’iconografia classica delle storie d’emigrazione, quella di “Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar…”. Anche se il dialogo è immaginario: la nave è già salpata, mentre la madre, rimasta sola sulla banchina, si strugge in una sorta di rimprovero tardivo, di lamento funebre per il figlio che parte “senza domani”, con lo “sguardo di animale in fuga”, intrappolato nel ventre d’acciaio della “nera nera nave”, che solca le acque di “questo Atlantico cattivo”.
Pezzi di vetro (da “Rimmel”, 1975)
L’uomo che cammina sui i pezzi di vetro,
dicono ha due anime e un sesso,
di ramo duro il cuore.
E una luna e dei fuochi alle spalle,
mentre balla e balla,
sotto l’angolo retto di una stella
Un altro ritratto in quattro tocchi di pennello. Con tanto di anastrofe (l’inversione dell’ordine abituale di un gruppo di termini successivi) nel verso “Di ramo duro il cuore”. De Gregori svelerà che si tratta di una canzone autobiografica, che fa riferimento alle sue disavventure amorose giovanili. Ma sono dettagli irrilevanti al cospetto di un testo che è tutto una vertigine di emozioni e sospensioni. L’uomo che cammina sui pezzi di vetro è un artista di strada, spavaldo e irridente. Un “santo a piedi nudi”, che danza con tanto di benedizione di una stella personale, sotto il suo “angolo retto”. È un personaggio felliniano, un archetipo della vitalità, dell’incoscienza della giovinezza. Ma è soprattutto lo spunto per raccontare l’incanto dell’innamoramento, i piccoli gesti e le sfumature emozionali che sottendono un rapimento amoroso. Con il lirismo visionario del testo, denso di immagini e riferimenti letterari (“La luna e i falò” di Pavese, il Montale dei “cocci aguzzi di bottiglia”) calato in una cornice musicale sobria ed elegante, tra il suono cristallino di una chitarra acustica, il nitore trasognato del fingerpicking e il tono sommesso del cantato. Quasi il manifesto esistenziale di De Gregori.
Due zingari (da “De Gregori”, 1978)
Ecco, stasera mi piace così
Con queste stelle appiccicate al cielo
La lama del coltello nascosta nello stivale
E il tuo sorriso trentadue perle
De Gregori schiva sempre la tentazione dell’analisi politica spicciola, della retorica pietista. Così anche quando inquadra nel suo obiettivo un microcosmo di degrado ed emarginazione come quello dei “Due zingari”, lo filtra attraverso la lente deformante del sogno, della fantasia. Come in un film di Fellini, ecco allora affiorare dettagli illuminanti: “la lama del coltello nascosta nello stivale” e il sorriso della ragazza, “trentadue perle nella notte”. Un incanto soprannaturale, da realismo magico (“due zingari stavano appoggiati alla notte, forse mano nella mano e si tenevano negli occhi”) che si spezzerà nel brusco congedo della ragazza. Quando la prospettiva si allargherà all’improvviso sulla strada, dove “le macchine passano velocemente” e “gli autotreni mangiano chilometri”. Un vero e proprio stacco cinematografico, che segnerà la cesura col “sogno metropolitano” e il ritorno a una realtà di desolazione periferica. L’osmosi tra l’infinita dolcezza della melodia e gli arrangiamenti raffinati di Lilli Greco è un prodigio di grazia ed equilibrio.
Atlantide (da “Bufalo Bill”, 1976)
Lui adesso vive ad Atlantide
Con un cappello pieno di ricordi
Ha la faccia di uno che ha capito
E anche un principio di tristezza in fondo all’anima
Nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata
E a volte ritiene di essere un eroe
Uno dei suoi tipici incipit in medias res che scaraventano l’ascoltatore direttamente nel mezzo della storia, dando per scontato che l’inizio sia noto e fornendo via via le chiavi per ricostruire il puzzle. È l’ammissione di una sconfitta, di una (ir)responsabilità, sublimata nella surreale inversione delle parti del fedifrago protagonista, che manda a dire che è lui a perdonare l’amata “per averla tradita”. Ma se in altri pezzi autobiografici, come “Rimmel” e “Bene”, la confessione si svolgeva in prima persona, qui De Gregori esce di scena e si mette dietro la macchina da presa. “Lui” ha cercato rifugio nel mondo sommerso, un altro luogo dell’anima. È scappato in California, ha cercato di rifarsi una vita, ma è rimasto incatenato a un ricordo che continua a bruciare. Così ora vive “nel terzo raggio” e ha imparato la lezione. E in questa sequenza onirica di immagini, svetta quella indimenticabile dei “barattoli di birra disperata” nascosti sotto il letto, la geniale personificazione che, nel più assurdo dei transfert emozionali, riesce a spiegare tutto. All’originalità del testo si sposa una musica tra le più belle mai composte dal Principe: un flusso sonoro lento e trasognato, tra i rintocchi celestiali del piano, il manto cupo dell’Eminent, i sottili arpeggi di chitarra e una melodia avvolgente, tristissima, da sciogliere il cuore. Se è indubbio il debito nei confronti della “Three Angels” del suo maestro Bob Dylan, non si può non riconoscere ad “Atlantide” una potenza suggestiva unica.
Saigon (da “Alice non lo sa”, 1973)
Donna giovane del Vietnam
com’è strano coltivare il mare
quanti fiori ti ha dato già
quanti altri te ne potrà dare
da qui a Saigon la strada è buona
Un’altra polaroid dalla Storia. Ma anche quando rivolge il suo sguardo al destino collettivo, De Gregori non rinuncia all’angolatura individuale, a quelle soggettive cinematografiche tipiche del suo stile narrativo. La dimensione esistenziale della persona è la lente attraverso cui si allarga l’obiettivo sulla Storia, perché – come sempre nella sua opera – è l’ordinario a diventare straordinario. Così in “Saigon” la quotidianità apparentemente rasserenata di una giovane donna vietnamita restituisce il senso dell’orrore, passato o ancora incombente. Come in un sogno, il mare dove si agitavano le ombre minacciose degli elicotteri americani diviene un campo fiorito, si può quasi respirarne il profumo, al posto, per un attimo, dell’odore acre del napalm. La guerra del Vietnam è il grande spartiacque politico di quegli anni. De Gregori l’ha già denunciata a suon di satira con “La Ballata di Spiro Agnew” ai tempi del Folkstudio, qui invece mantiene un tono più pacato e riflessivo. Un racconto acerbo, ma già liricamente potente, innervato da un basso pulsante, dalla chitarra blues di Roberto Ciotti e dal controcanto di Edoardo De Angelis. Nel 1989 Paola Turci ne realizzerà una splendida cover che lo stesso De Gregori riconoscerà come superiore all’originale.
Arlecchino (da “Francesco De Gregori”, 1974)
Fiori falsi e sogni veri,
tra gli eroi della friggitoria Chantant,
grazie, ho mangiato ieri,
un sorriso questa sera basterà
L’omaggio di De Gregori alle sue radici, ben piantate nell’umido scantinato di via Garibaldi di nome Folkstudio. La casa madre cui continuerà a rivolgersi con affetto e nostalgia. Come nella storia di questo artista-funambolo sospeso sulla corda di una vita spesa a incantare il pubblico (“Arlecchino è già sul filo, la gente vuole vedere cosa fa”) dove il verso iniziale celebra proprio il Folkstudio degli inizi, ribattezzato per l’occasione “Friggitoria Chantant”, in cui “non era importante neanche mangiare, bastava sorridersi, bastava comunicare”. Una graziosa novella autobiografica: naif, disadorna e tecnicamente approssimativa. Ma con dentro già il nocciolo della miglior arte degregoriana.
Storie di ieri (da “Rimmel”, 1975)
Mio padre ha una storia comune
Condivisa dalla sua generazione
La mascella al cortile parlava
Troppi morti lo hanno smentito
Tutta gente che aveva capito
Altro brano terribilmente profetico. Inserito all’inizio nel disco della Pecora, fu bloccato dalla Rca e riproposto solo un anno dopo su “Rimmel”, quando evidentemente – come ironizzerà De Gregori – “l’antifascismo era diventato più accettabile anche per i mass media”. Finirà nello stesso anno anche su “Volume VIII” di Fabrizio De André, il disco nato proprio dalla collaborazione tra i due cantautori. Il testo smaschera i fascismi di ieri, ma soprattutto quelli di oggi, in doppiopetto: “I nuovi capi hanno facce serene/ e cravatte intonate alla camicia”. Nella versione originaria, al posto di “nuovi capi”, si faceva nome e cognome: Giorgio Almirante, segretario del Movimento sociale. De André sceglierà una via di mezzo: “Il gran capo”. De Gregori invece gioca sull’uso della sineddoche: non è Mussolini a parlare al cortile, bensì “la mascella” e le folle oceaniche che riempivano le piazze vengono ridotto a un “cortile”. Un contrappunto che si tinge di sarcasmo, ricordando il tributo di sangue pagato a quella allucinazione collettiva (“troppi morti lo hanno smentito, tutte gente che aveva capito”) e chiosando con illuminante metafora scacchistica: “A giocare col nero perdi sempre”. E se è vero che “Mussolini ha scritto anche poesie”, allora i poeti devono essere proprio delle “brutte creature”, al punto che “ogni volta che parlano è una truffa”. “Storie di ieri”, ma tremendamente attuali.
Viva l’Italia (Viva l’Italia, 1979)
Viva l’Italia,
l’Italia liberata.
L’Italia del valzer.
l’Italia del caffè,
l’Italia derubata e colpita al cuore.
Viva l’Italia,
l’Italia che non muore
Qui più che l’attacco servirebbe il testo intero. Perché il collage d’immagini di “Viva l’Italia” resta, a distanza di quasi 40 anni, l’istantanea definitiva del paese “metà giardino e metà galera”. Al tramonto degli anni 70 – il decennio della fantasia al potere, ma anche del terrorismo e delle stragi di stato – De Gregori si interroga su cosa resta dell’Italia antifascista, dei suoi valori fondanti e unificanti, dei suoi anticorpi democratici. E prova a raccontarlo nel modo più temerario. Con una ballata a forte rischio di fraintendimenti. E che infatti sarà quasi sempre fraintesa. O tirata per la giacca. A sinistra e persino a destra. Con un testo che passa in rassegna trent’anni di storia nazionale: la Resistenza e la liberazione dal nazifascismo (“l’Italia liberata”), il malaffare e la speculazione seguiti al boom economico (l’Italia “derubata e colpita al cuore”, “assassinata dai giornali e dal cemento”), gli anni di piombo (“l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura”), la strategia della tensione e la strage di Piazza Fontana del 1969 (“l’Italia del 12 dicembre”). Una sequenza anaforica e allegorica giocata sull’antitesi, sulla bivalenza. C’è la dimensione della spensierata innocenza che fu (la piccola Italia “del valzer” e “del caffè”), quella dell’abbandono (“l’Italia dimenticata”), dell’anima sana, popolare (“l’Italia che non muore”, quella che “si dispera” e “si innamora”) e quella sciagurata e credulona (“l’Italia metà dovere e metà fortuna”). Sarà Andrew Loog Oldham, il manager che lanciò i Rolling Stones, a esaltare l’anima popolare di quella melodia, facendo suonare il riff dalle zampogne, strumento folk per eccellenza. Il risultato diverrà uno dei vertici assoluti del canzoniere degregoriano.
A Pa’ (da “Scacchi e tarocchi”, 1985)
Non mi ricordo se c’era la luna
e né che occhi aveva il ragazzo,
ma mi ricordo quel sapore in gola
e l’odore del mare, come uno schiaffo
La tragica fine di Pierpaolo Pasolini, un altro dei grandi numi degregoriani, in un’istantanea da brividi: la prima della canzone, l’ultima della sua vita. Il mare di Ostia, dove Pasolini trovò la morte nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, e un ricordo sfocato del “ragazzo di vita” Pino Pelosi, che sarà condannato per il suo omicidio. Nel decennale della morte di Pasolini, un ricordo commosso da parte di chi invece aveva riservato versi al fiele ai “Poeti per l’estate”, quelli che “sognano di vittorie e premi letterari” e “pugnalano alle spalle gli amici più cari”. Pasolini, per De Gregori, incarna invece la sincerità di uno sguardo lucido e vitale: “Quando tra i buoni poeti ne trovi uno vero, è come partire lontano, come viaggiare davvero”. Parole che chiudono proprio “Poeti per l’estate” e precedono l’omaggio vero e proprio di “A Pa’”, ispirata direttamente al “Lamento per la morte di Pierpaolo Pasolini” di Giovanna Marini. Con la poesia pasoliniana di “Preghiera su commissione” (“Caro Dio, facci vivere come gli uccelli del cielo e i gigli dei campi”), che riaffiorerà nella struggente invocazione finale.
Il panorama di Betlemme (da “Pezzi”, 2001)
Un uomo ferito alla schiena
sulla sabbia si trascina
E sente la terra che chiama
sente la notte che sta per venire
E dice Signore ti prego
lasciami respirare
lasciamo un po’ riposare
prima che devo morire
Scritta nel 2001, drammaticamente attuale ancora oggi. De Gregori squarcia il “sipario di fiamme” del Medio Oriente, il “Panorama di Betlemme”, con le sue carneficine e i suoi martiri quotidiani, come l’uomo “disteso per terra” (israeliano o palestinese, per una volta non conta) che invoca un ultimo respiro prima di morire, in questa struggente ballata rock imbevuta di fragranze blues e suggestioni desertiche. Un attacco che è un pugno nello stomaco e prelude al riff di chitarra elettrica al calor bianco per uno dei migliori numeri rock del suo canzoniere (assieme all’altra prodezza alla Calexico di “La testa nel secchio”, contenuta nello stesso album).
Generale (da “De Gregori”, 1978)
Generale, dietro la collina
Ci sta la notte crucca e assassina
E in mezzo al prato c’è una contadina
Curva sul tramonto, sembra una bambina
Di cinquant’anni e di cinque figli
Venuti al mondo come conigli
Partiti al mondo come soldati
E non ancora tornati
Il celebre attacco di una delle non molte hit di De Gregori. La prima guerra mondiale, ogni guerra, vista attraverso una vicenda privata, intima. La storia di un soldato che torna a casa lasciandosi alle spalle, “dietro la collina”, le macerie del conflitto (“la notte crucca e assassina”), uno sterminato campo di battaglia di cui non è rimasta traccia se non “aghi di pino e silenzio e funghi”. Il ritorno in treno prelude alla ritrovata quotidianità fatta di casa, contadine curve sul tramonto, funghi da seccare e bimbi che non vogliono andare a dormire. È la vita ritrovata. “Racconta la fine di una guerra – spiegherà De Gregori – Ha il ritmo lento di un fiume che sta per arrivare alla foce, di un’acqua che sta per placarsi. È la storia di un ritorno alla normalità e in quel momento il paese che mi stava intorno, l’Italia, sembrava averne veramente bisogno. E anch’io, tutto sommato…”. Sarà proprio con “Generale”, infatti, che uscirà dalla lunga notte d’inquietudine del dopo-Palalido. E conquisterà persino le classifiche dei 45 giri.
Santa Lucia (da “Bufalo Bill”, 1976)
Santa Lucia, per tutti quelli che hanno occhi
E un cuore che non basta agli occhi
E per la tranquillità di chi va per mare
E per ogni lacrima sul tuo vestito
Per chi non ha capito
I versi che svelano una preghiera laica che commuove senza cercare la lacrima: un’intercessione non solo per i diseredati della terra, ma per tutti “gli uomini che non vedono”. Perché a volte “hanno gli occhi e un cuore che non basta agli occhi”, o sono “persone facili che non hanno dubbi mai”. È l’invocazione di chi teme di restare solo, “all’incrocio dei venti”, finendo “bruciato vivo”, oppure soltanto consumato, giorno dopo giorno, dalla “nostra corona di stelle e di spine”, dalla “nostra paura del buio e della fantasia”. Solo la santa che protegge la vista potrà portare in porto la “barca sfondata” di un’umanità cieca, lasciata in balia dell’ingiustizia sociale, del dolore e della solitudine. A suo modo, un inno sociale, di fratellanza, dove l’invocazione alla santa rimanda al linguaggio umile della canzone popolare. Con una cornice sonora solenne e struggente: il piano di Toto Torquati ad assecondare il canto sommesso, fino al crescendo e a una coda blues di chitarra elettrica che ripete la melodia su base di organo. Lucio Dalla la eleggerà sua canzone preferita di De Gregori.
L’agnello di Dio (da “Prendere e lasciare”, 1996)
Ecco l’agnello di Dio
Che toglie peccati del mondo
Disse la ragazza slava
Venuta allo sprofondo
Disse la ragazza africana sul raccordo anulare
Ecco l’agnello di Dio
Che viene a pascolare
E scende dall’automobile
Per contrattare
De Gregori non ha mai smesso di cercare un altro Egitto, di indagare con occhio spietato la realtà per smascherare nuovi soprusi e ipocrisie, per inseguire il sogno di una società più giusta. Anche a costo di risultare predicatorio o di passare per moralista. Emblematica, in tal senso, una canzone “totale” come “L’agnello di Dio”, una sorta di summa del pensiero degregoriano sulle atrocità del mondo contemporaneo, alla luce di un umanesimo laico, ma non troppo distante dalla prospettiva evangelica. Dove “la ragazza slava venuta dallo sprofondo” e “la ragazza africana sul raccordo anulare” sono solo le ultime vittime sacrificali dei nuovi carnefici. L’Osservatore Romano fraintenderà, lanciandosi a testa bassa in una polemica insensata, perché invece il pezzo di De Gregori esprime appieno lo spirito evangelico. Glielo riconoscerà il cardinale Ersilio Tonini in un imprevedibile faccia a faccia televisivo nel Roxy Bar di Red Ronnie, che si concluderà con un abbraccio commosso tra i due.
03/05/2026




