Veneto

«Da otto mesi lavoriamo in perdita»


«Da otto mesi stiamo lavorando in perdita». È l’allarme lanciato dai circa 400 allevatori dell’Alta in una giornata particolarmente significativa per il settore, con la tradizionale Fiera della zootecnia di Rustega in programma oggi, 3 maggio, a Camposampiero.

La crisi, secondo gli operatori, è iniziata a ottobre con la crisi del prezzo del latte, a cui si sono aggiunti, da fine febbraio, l’aumento del gasolio agricolo, passato da 0,70 euro al litro a circa 1,40 euro, e il forte rincaro dei fertilizzanti. In particolare l’urea, fondamentale per lo sviluppo del mais destinato all’alimentazione dei bovini da latte, è passata dai 40 euro al quintale del 2025 ai 100 euro al quintale dell’anno in corso.

«Gli allevatori sono nel mezzo di una tempesta perfetta», ha denunciato Cia Padova. Attualmente, produrre un litro di latte costa almeno 50 centesimi, mentre agli allevatori vengono riconosciuti circa 42 centesimi.

«È vero che il prezzo del latte subisce variazioni cicliche, con fasi di ribasso e di rialzo – ha commentato il presidente di Cia Padova, Luca Bisarello -. Tuttavia il problema è che non si vede una luce in fondo al tunnel. Nel frattempo, però, sono cresciuti i costi fissi. Gli allevamenti non sono fabbriche che, in caso di crisi, possono fermare la produzione: continuano a lavorare senza margini di guadagno». Secondo Cia Padova, negli ultimi dodici mesi le spese fisse sono aumentate del 10-15%, con il rischio che «il sistema possa saltare».

Dopo il 2022, segnato dagli strascichi della pandemia, il comparto del latte aveva conosciuto una fase di crescita, fino a circa otto mesi fa. «Il problema è anche una sovrapproduzione a livello europeo – ha aggiunto Bisarello -. In ogni caso, la domanda interna non sembra essere diminuita, anzi».

I produttori, sottolinea, «non hanno voce in capitolo al tavolo delle trattative e subiscono il prezzo deciso da altri».
Per il presidente di Cia Padova è necessaria «una forte presa di posizione della politica finalizzata al rilancio del settore, altrimenti è fatalmente destinato a scomparire».

Uno scenario che, nell’Alta Padovana, territorio storicamente vocato alla zootecnia, avrebbe conseguenze pesanti. «Quando chiude un’azienda agricola, a rimetterci è l’intero tessuto socio-economico del territorio – ha concluso Bisarello -. Non siamo nelle condizioni di continuare ad assorbire l’ennesimo shock energetico: ci aspettiamo contromisure adeguate dalle autorità competenti».


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