Aggressioni ai docenti, Sgambato (PD): “Punire non significa umiliare o invocare repressione cieca”. Necessari percorsi riparativi

Quando un alunno aggredisce un insegnante e il video dell’episodio finisce sui social, si oltrepassa il limite della semplice violenza fisica.
L’evento si trasforma in uno spettacolo che mira a deridere la figura del docente. Questo è il pensiero espresso in un comunicato da Camilla Sgambato, Responsabile regionale del Partito Democratico in Campania, con delega all’infanzia, alla dispersione scolastica e alle politiche familiari.
La Sgambato evidenzia come in simili frangenti sia richiesta una ferma presa di posizione da parte delle istituzioni scolastiche e dell’intera comunità. Le sue parole sono: “In questi casi una risposta della scuola e della società è necessaria”, un intervento che deve mirare a ristabilire un corretto equilibrio tra l’essere liberi e l’essere responsabili delle proprie azioni, escludendo propositi vendicativi.
La punizione come strumento formativo
“Per questo penso che quei ragazzi debbano essere puniti”, dichiara la Sgambato nel suo intervento. Gesti di tale portata esulano dal concetto di ragazzata, configurandosi come episodi gravi con possibili risvolti di natura penale. Sminuire la gravità dei fatti o voltarsi dall’altra parte si tradurrebbe in un segnale profondamente sbagliato. La responsabile PD spiega: “Minimizzare o fingere che non sia accaduto nulla significherebbe trasmettere un messaggio sbagliato: che la violenza, soprattutto se condivisa e spettacolarizzata sui social, possa restare senza conseguenze”.
Parallelamente, la responsabile per le politiche familiari del PD campano elogia l’atteggiamento mostrato dall’insegnante di Parma coinvolto in un recente episodio di cronaca. “Trovo importante la sua difesa di una pedagogia che non rinunci alla fiducia educativa nemmeno davanti a episodi gravi”, osserva Sgambato. Il docente, avendo scelto di non sporgere denuncia, ha voluto ribadire, secondo la politica dem, che l’identità di un giovane non può e non deve rimanere legata indissolubilmente a uno sbaglio commesso.
Sanzioni responsabilizzanti e giustizia riparativa
Il nocciolo della questione risiede nella vera essenza della punizione. “Punire non significa umiliare o invocare repressione cieca”, precisa Sgambato. Di fronte a una precisa responsabilità, la sanzione si rivela ineludibile, a patto di conservare intatto il suo profondo senso educativo.
Mentre infliggere un’umiliazione sfocia spesso in un senso di rancore fine a se stesso, una penalità mirata a far riflettere il ragazzo può condurlo a prendere reale consapevolezza dello sbaglio. A tal fine, Sgambato valuta in maniera estremamente positiva l’impiego di diverse strategie:
- percorsi di giustizia riparativa;
- attività a beneficio della scuola;
- colloqui con le persone offese con la presenza di mediatori;
- supporto psicologico ed educativo.
Il fine ultimo rifiuta l’assoluzione incondizionata dei colpevoli e l’occultamento delle loro colpe. Al contrario, si vuole evitare che la loro personalità si formi traendo forza dalla sopraffazione, dalle dinamiche di gruppo e dal bisogno di primeggiare denigrando gli altri.
La scuola, in conclusione, ha il dovere di pretendere rispetto per il proprio corpo docente e per tutti coloro che vi operano, operando in modo perentorio. Al tempo stesso, Sgambato sottolinea la necessità di agire “ovviamente lasciando sempre aperta la possibilità del cambiamento e della crescita”.
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