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Meloni: “Primato europeo dell’Italia sul Pnrr”. Il Financial Times: “Il piano che doveva spingere l’economia è stato un fallimento”

Il governo rivendica il “primato europeo” nell’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza in scadenza il 30 giugno. Quello dell’attuazione del Pnrr “non è stato ovviamente un cammino semplice, però abbiamo rispettato la tabella di marcia e oggi possiamo rivendicare con un pizzico di orgoglio che siamo stati all’altezza del compito”, ha detto Giorgia Meloni nel videomessaggio inviato all’evento “L’Italia del Pnrr”, ricordando i “166 miliardi di euro ricevuti”, i “416 traguardi raggiunti” e i “660mila progetti finanziati di cui 550mila conclusi e circa 100mila in fase avanzata di realizzazione”. Ma solo ieri il Financial Times ha dedicato un articolo al flop del piano italiano sul fronte degli effetti macroeconomici. Titolo: Come il piano dell’UE per dare una spinta decisiva all’economia italiana si è rivelato un fallimento. Il quotidiano finanziario ha osservato che la crescita italiana resta debolissima – Pil a +0,5% nel 2025 – e il debito pubblico continua a salire. L’ex presidente dell’Inps Tito Boeri spiega il flop chiarendo che il piano è stato fin dall’inizio “eccessivamente ottimistico” e “irrealistico” rispetto alla capacità italiana di utilizzare efficacemente i fondi europei. Le successive revisioni e modifiche ne hanno poi ridotto l’ambizione su molti fronti.

“Non dico che tutti i soldi siano stati sprecati”, precisa Boeri. “Ma non abbiamo migliorato il potenziale di crescita. E visto che abbiamo già un debito elevato, questo è un grosso problema”. Il punto è che si guarda alle tranche europee di fondi ottenute e al rispetto formale di milestone e target previste dal cronoprogramma l’Italia risulta “in regola” ed è il principale beneficiario del Next Generation EU. Ma altra cosa è trasformare i soldi in investimenti – secondo Eurostat, a fine 2025 risultava speso circa il 57% delle risorse assegnate – e gli investimenti in maggiore produttività, crescita e rafforzamento strutturale dell’economia. Molti progetti del Pnrr – infrastrutture, digitalizzazione, reti energetiche, edilizia pubblica – hanno tempi lunghi e producono effetti solo gradualmente. Il rallentamento dell’industria e la crisi energetica non hanno aiutato. Senza Pnrr l’Italia sarebbe probabilmente entrata in recessione, ma il piano non sta producendo quel salto di qualità nella crescita che era stato inizialmente immaginato.

Mentre Meloni rivendica poi che “dialogando con la Commissione Europea abbiamo rivisto gli obiettivi, corretto le criticità, integrato il piano con il Repower Eu cioè con gli investimenti sulla sicurezza energetica” facendo nascere “un piano più coerente, più capace di rispondere ai bisogni concreti dei cittadini, delle famiglie e delle imprese”, il Ft ricostruisce come diverse modifiche siano state palesemente peggiorative: “Ad esempio, un programma per il mercato del lavoro da 4,4 miliardi di euro mirava a stimolare l’occupazione aiutando 800.000 disoccupati, lavoratori in cassa integrazione e altri lavoratori vulnerabili a riqualificarsi per lavori nel settore delle energie rinnovabili o digitali. Inizialmente, i beneficiari dovevano completare un corso di formazione, trovare un lavoro o dimostrare in altro modo un miglioramento della propria occupabilità. In seguito, però, la definizione è stata semplificata, richiedendo semplicemente la prova di “iscrizione” a un programma di formazione”.

Nella sesta revisione, arrivata nel 2025, Roma e Bruxelles hanno poi raggiunto un accordo “per consentire all’Italia di utilizzare parte dei fondi oltre il 2026 per investimenti quali la costruzione di alloggi per studenti, la fornitura di internet ad alta velocità alle aree remote, lo sviluppo di parchi solari e il sostegno all’imprenditoria femminile. La soluzione temporanea prevede che l’Italia stanzi almeno 7 miliardi di euro in fondi speciali vincolati ai progetti, per evitare che i finanziamenti si esauriscano entro la fine dell’anno”. Secondo il Mef la soluzione si è resa necessaria “per colmare una “discrepanza” tra gli ambiziosi piani e i brevi tempi di attuazione”.

“Il piano in vigore oggi è completamente diverso da quello presentato nel 2021”, commenta Stefano Firpo, ex funzionario pubblico che ha contribuito alla stesura del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per la digitalizzazione dei servizi pubblici e ora direttore generale di Assonime. “In molti di questi progetti, quando si chiede in cosa siano stati investiti questi fondi, la risposta è piuttosto vaga”.

L’articolo Meloni: “Primato europeo dell’Italia sul Pnrr”. Il Financial Times: “Il piano che doveva spingere l’economia è stato un fallimento” proviene da Il Fatto Quotidiano.


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