Avete letto Magnifica Humanitas? Il Papa qui non è un prete che parla di Dio, ma un intellettuale laico
Avete letto Magnifica Humanitas, o vi siete fermati ai titoloni dei giornali?
Se la risposta è la seconda, allora vi state perdendo uno dei documenti più lucidi e laicamente illuminati che siano mai usciti da un ente religioso. Pubblicata il 25 maggio 2026, è la prima enciclica di Papa Leone XIV. Non è un sermone, ma un’analisi della governance tecnologica che reggerebbe il confronto con qualsiasi paper di un think tank specializzato.
Il Papa qui non è un prete che parla di Dio, ma un intellettuale che usa gli strumenti del ragionamento per smontare le illusioni del potere tecnocratico. Leone parte da un’osservazione semplice ma radicale, “la tecnologia non è mai neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola e la usa”. Ossia, l’algoritmo è tutto fuorché oggettivo ma è il riflesso della volontà di chi lo scrive. Se oggi i principali motori dell’innovazione sono “attori privati, spesso transnazionali, con risorse superiori a quelle di molti Stati”, allora il potere tecnologico ha un volto nuovo ed è più difficile da governare.
Non è una critica moralistica ma un dato di fatto politico.
Poi si arriva al cuore del problema. I beni dell’era digitale – “brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati” – devono essere considerati beni comuni, al pari dell’acqua o dell’aria, perché se restano concentrati nelle mani di pochi, “si crea un nuovo squilibrio che alimenta il divario tra chi può partecipare alla rivoluzione digitale e chi ne rimane ai margini”.
La vera novità però è la parola “disarmare”. Molti giornali l’hanno interpretata come un inno al luddismo, ma non lo è. Disarmare l’AI significa “sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva”. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta per consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale. Disarmare l’AI vuol dire “rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare”. Non si chiede di spegnere i computer, ma di togliere a chi possiede più danaro e più dati il diritto di dettare legge al resto del mondo.
Non basta, scrive Leone, invocare l’etica. “Non serve un’AI più morale se questa morale è decisa da pochi”. Non basta l’allineamento, il tentativo di insegnare valori umani alle macchine, se chi decide quali valori insegnare è il medesimo che possiede l’infrastruttura. Servono dunque quadri giuridici, vigilanza indipendente, multilateralismo.
L’enciclica si apre con un’immagine che è una lezione di filosofia politica. Leone evoca infatti la scelta tra la Torre di Babele e le mura di Gerusalemme. La prima rappresenta la tecnologia al servizio della hybris umana, dell’uniformità, del dominio dei pochi. Le seconde rappresentano la responsabilità condivisa, la trasparenza, l’inclusione dei vulnerabili.
In parole povere, anzi, semplici, il Papa è contro l’idea che il progresso sia un destino ineluttabile deciso da una ristretta élite tecnocratica.
Oggi chi possiede l’algoritmo possiede la regola, chi possiede i dati possiede il futuro. Se non si interviene, “chi vince la corsa all’AI imporrà la sua visione del mondo a tutti gli altri, e questa visione diventerà l’infrastruttura invisibile dei sistemi” .
Non c’è niente di apertamente religioso nella Enciclica. C’è, invece, una razionalissima allergia al potere senza controllo, una diffidenza verso i monopoli, e un’idea semplice ma radicale, quella che la tecnologia deve servire l’uomo, non il contrario. Se a sottolinearlo deve parlare un Papa, ben venga, ma il messaggio è profondamente laico. In un’epoca in cui l’AI viene spesso presentata come un destino ineluttabile, qualcuno prova ancora a ricordarci che i destini si possono anche scegliere.
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