a Torino l’ospedale entra nelle abitazioni di 600 pazienti l’anno
TORINO – Portare l’ospedale a casa, senza rinunciare alla qualità delle cure. Non è uno slogan, ma una realtà consolidata alla Città della Salute e della Scienza di Torino, dove l’Ospedalizzazione a Domicilio (OAD) rappresenta da quarant’anni un modello innovativo di assistenza, capace di rispondere alle nuove sfide sanitarie legate all’invecchiamento della popolazione.
Una risposta all’invecchiamento e alla fragilità
L’aumento degli anziani, spesso affetti da più patologie croniche, comporta una crescita costante della domanda di cure e ricoveri. Tuttavia, per i pazienti fragili, restare a lungo in ospedale può significare perdita di autonomia, disorientamento e peggioramento delle condizioni psicofisiche.
Da qui l’importanza di alternative come l’ospedalizzazione a domicilio: un modello che consente di ricevere cure complesse nel proprio ambiente, riducendo i rischi legati alla degenza tradizionale e migliorando la qualità della vita.
Un servizio attivo da quasi 40 anni
Avviato nel 1985, il servizio OAD torinese – guidato dalla dottoressa Renata Marinello e afferente alla Geriatria universitaria dell’ospedale Ospedale Molinette diretta dal professor Mario Bo – è operativo ogni giorno dalle 8 alle 20.
L’attivazione può avvenire in diversi modi: dal Pronto Soccorso, dai reparti ospedalieri (per dimissioni protette) oppure su richiesta del medico di famiglia, evitando così accessi non necessari in ospedale.
Un’équipe multidisciplinare per 600 ricoveri l’anno
Il cuore del servizio è un’équipe composta da 4 medici, 11 infermieri, un coordinatore infermieristico e un assistente sociale. In totale, circa 600 ricoveri ogni anno.
I pazienti seguiti sono prevalentemente over 80, fragili e con patologie multiple, ma il servizio si estende anche a malati oncologici, ematologici, neurologici e a persone con gravi insufficienze d’organo.
Ciò che rende possibile tutto questo è la capacità di gestire anche fasi acute direttamente a domicilio, grazie a tecnologie portatili e competenze specialistiche: infusioni complesse, terapie antibiotiche, posizionamento di cateteri, esami diagnostici come ecografie e radiografie, fino al telemonitoraggio.
Il ruolo centrale del caregiver
Elemento imprescindibile è la presenza di un caregiver, che collabora con l’équipe nella gestione quotidiana del paziente. Il servizio non si limita alla cura clinica, ma include anche formazione e supporto ai familiari, con l’ausilio di strumenti di eHealth e soluzioni digitali per facilitare l’assistenza.
Benefici clinici ed economici
I risultati raccolti in decenni di attività parlano chiaro: nei pazienti selezionati, l’ospedalizzazione a domicilio riduce le complicanze, migliora l’umore e la qualità della vita, limita i ricoveri ripetuti e abbassa il rischio di istituzionalizzazione.
Non solo: il modello consente anche una riduzione dei costi fino al 20% rispetto al ricovero tradizionale, contribuendo a un uso più efficiente dei posti letto ospedalieri.
Una direzione strategica per la sanità
«Ripensare l’organizzazione dei servizi sanitari attraverso modelli domiciliari innovativi è fondamentale», sottolinea il direttore generale Livio Tranchida, evidenziando il ruolo crescente di telemedicina ed e-Health.
Sulla stessa linea l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi, che definisce l’OAD «un modello concreto di innovazione organizzativa», capace di coniugare qualità clinica e centralità della persona.
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