Cultura

Fontaines D.C.: l’odissea dei biglietti colpisce ancora…

Credit: press

Fontaines D.C., 26 ottobre, Italia. Unica data: Bologna, Unipol Arena. Il canale ufficiale di riferimento per l’acquisto dei biglietti è Ticketmaster.

Nei giorni precedenti, gli annunci rimbalzano ovunque: le vendite generali apriranno il 3 settembre alle ore 11:00. Ma c’è una possibilità per arrivare prima degli altri. Registrandosi sul sito ufficiale della band irlandese entro le 19:00 del 31 agosto, sarà possibile accedere alla prevendita.

Perfetto.

Registrazione effettuata, appuntamento davanti allo schermo. All’apertura della prevendita sono già lì, su Ticketmaster.it, con un obiettivo piuttosto semplice: acquistare due biglietti di 1° settore numerato, per me e per un amico.

E invece niente.

Per quanto mi riguarda, il 1° settore numerato non diventa mai realmente disponibile. Nonostante l’accesso immediato. Nonostante i tentativi continui. Nonostante ore di attesa, aggiornamenti, nuove prove e quella particolare forma di sfinimento contemporaneo che consiste nel fissare uno schermo sperando che un rettangolino cambi colore e ti permetta, semplicemente, di spendere i tuoi soldi.

Alla fine bisogna arrendersi. Nessun 1° settore numerato. Nessun biglietto. Nessun concerto? Addio Fontaines D.C.?

Forse no. Mentre rivedo questo articolo, io e il mio amico stiamo valutando una soluzione abbastanza surreale: andare a vederli il 21 ottobre a Lisbona, dove risultano ancora disponibili posti sostanzialmente equivalenti a quelli che avremmo voluto acquistare per Bologna. Un aereo per riuscire a vedere una band che suona a poche centinaia di chilometri da casa. Certo, Lisbona non è esattamente il peggiore dei ripieghi. Ma avremmo preferito vederli qui. Semplicemente, non ci siamo riusciti.

Ed è qui che nasce una domanda. Sappiamo tutti come funziona quando una band attraversa il proprio momento di grazia. I Fontaines D.C. sono, ormai, ben oltre la dimensione del piccolo culto alternativo: l’attenzione è enorme, la richiesta altrettanto. È normale che i biglietti vadano a ruba. Ma quanto rapidamente possono andare a ruba?

Possibile che un intero settore risulti irraggiungibile già durante una prevendita, anche collegandosi nell’istante stesso in cui viene aperta? E soprattutto: se l’accesso anticipato richiede una registrazione e una procedura pensata proprio per consentire ai fan di arrivare prima alla vendita generale, che valore ha, realmente, quel privilegio quando l’esperienza finale è questa?

L’Unipol Arena, oltretutto, non è uno di quei piccoli club nei quali trascorriamo tante delle nostre serate raminghe, dove basta qualche centinaio di persone per appendere alla porta il cartello sold out. È un’arena. E allora il dubbio rimane. Non una certezza. Non un’accusa. Un dubbio.

E i dubbi diventano ancora più fastidiosi quando si inseriscono in un fenomeno, che chi frequenta concerti, conosce da anni: biglietti acquistati attraverso i circuiti ufficiali che finiscono, successivamente, sul mercato secondario a prezzi superiori al loro valore nominale. Non significa, naturalmente, che sia, necessariamente, ciò che è accaduto in questo caso, né consente di attribuire responsabilità a Ticketmaster, agli organizzatori o ad altri soggetti senza prove. Ma consente — e forse impone — di fare domande.

Come vengono distribuiti i contingenti nelle diverse fasi di vendita? Quanti posti vengono, effettivamente, messi a disposizione durante una prevendita? Quali strumenti vengono utilizzati per impedire acquisti destinati alla rivendita speculativa?

E soprattutto: quanto è davvero protetto il fan che segue tutte le procedure previste, si registra, aspetta il momento esatto dell’apertura e prova ad acquistare attraverso l’unico canale che gli viene indicato come ufficiale? Perché una cosa è certa: quando un biglietto viene sottratto al circuito ordinario per essere rivenduto speculativamente a un prezzo gonfiato, a perdere non è soltanto chi voleva andare a un concerto. Perde la musica.

C’è una frase attribuita ad Andreotti che torna spesso buona: a pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si indovina. Io preferisco fermarmi un attimo prima. Pensare male, in questo caso, non basta. Servirebbero dati, trasparenza, controlli e, laddove emergessero comportamenti illeciti, indagini e responsabilità accertate nelle sedi competenti. Non processi celebrati sui social e nemmeno colpevoli scelti per intuizione.

Nel frattempo, però, noi che i concerti li frequentiamo abbiamo uno strumento molto più semplice. Possiamo dire di no. Possiamo rifiutarci di comprare un biglietto sul mercato secondario speculativo anche quando desideriamo, disperatamente, esserci. Anche quando manca poco. Anche quando pensiamo: “Ormai, per venti euro in più…“.

No. Nemmeno un euro in più. Perché chi acquista un biglietto con il solo scopo di rivenderlo ha bisogno di una cosa soltanto: qualcuno disposto a pagargli il margine. Togli quel qualcuno e rimane con un pezzo di carta digitale che, allo spegnersi delle luci dell’arena, vale esattamente zero. Forse è questo il gesto più semplice che possiamo compiere mentre aspettiamo che piattaforme, organizzatori, autorità e magistratura facciano ciascuno la propria parte: smettere di alimentare il meccanismo.

Lasciare invenduti i biglietti gonfiati. Lasciare che chi ha trasformato un concerto in una merce speculativa perda la propria scommessa. Colpirlo dove il cinismo diventa, improvvisamente, sensibile: nel portafoglio.

Perché sulla musica si può guadagnare. È un lavoro, un’industria, un’economia, ed è giusto che lo sia. Ma la passione di chi ascolta non dovrebbe diventare una debolezza da sfruttare. Un concerto è ancora uno di quei luoghi strani nei quali migliaia di sconosciuti entrano separatamente e, per un paio d’ore, respirano assieme. È rumore, sudore, attesa, memoria. È cultura e divertimento. A volte è perfino qualcosa che somiglia alla salvezza.

E dovrebbe esserci solo un prezzo per entrare. Non un prezzo per amare di più. E se, davvero, finiremo a Lisbona per vedere i Fontaines D.C., sarà, comunque, una splendida storia da raccontare. Ma resta una domanda molto più semplice, alla quale, prima o poi, qualcuno dovrebbe rispondere: a cosa serve arrivare prima alla prevendita, se quando arrivi il biglietto che desideravi sembra essere già passato oltre?


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