Emilia Romagna

Vantarsi dopo un omicidio? Così si cerca di affermare la propria forza


“Nel caso della morte di Nicola Musiani, l’aspetto criminologicamente più delicato non è soltanto la violenza esercitata in gruppo. Se troveranno conferma le dichiarazioni secondo cui uno dei giovani si sarebbe successivamente vantato del pestaggio, allora dovremmo interrogarci su un fenomeno ancora più preoccupante: la trasformazione della violenza in uno strumento di riconoscimento e reputazione all’interno del gruppo”. Lo afferma il criminologo Aldo Di Giacomo, intervenendo sul caso del 54enne morto dopo il tremendo pestaggio avvenuto a Pinarella di Cervia. 

Quattro giovani sono attualmente in carcere con l’accusa di omicidio in concorso aggravato dai futili motivi, mentre la posizione di un sedicenne è all’esame della Procura per i minorenni di Bologna. Mentre le indagini sul caso proseguono, il criminologo prova a riflettere su alcuni aspetti della drammatica vicenda. In particolare Di Giacomo rivolge la propria attenzione a uno degli ultimi elementi emersi dagli interrogatori degli indagati: secondo due di loro, il sedicenne si sarebbe vantato di aver “pestato e ucciso un tossico”

Il criminologo dichiara: “Quando l’aggressione non termina con l’ultimo colpo, ma continua nel racconto che se ne fa dopo, cambia la natura stessa del fenomeno. La violenza può diventare una sorta di capitale simbolico da spendere nel gruppo: serve a dimostrare forza, superiorità, appartenenza. Ed è proprio questo meccanismo che può rendere alcuni episodi particolarmente pericolosi, perché l’atto non viene percepito soltanto come trasgressione, ma come qualcosa capace di aumentare il proprio status agli occhi degli altri”.

C’è poi un secondo elemento che, secondo Di Giacomo, merita attenzione: la vulnerabilità della vittima: “Se sarà confermato che Musiani è stato inizialmente provocato facendo riferimento alla sua condizione personale e alla sua presunta fragilità, dovremo porci un’altra domanda: perché proprio lui? In alcuni episodi di violenza di gruppo, la scelta del bersaglio non è casuale. Una persona percepita come marginale, isolata o più debole può diventare un obiettivo sul quale il gruppo misura la propria forza con un rischio percepito più basso”. 

Per il criminologo questo elemento distingue il caso da una semplice lite degenerata: “Qui non basta parlare genericamente di rabbia o perdita dei freni. Se le ricostruzioni investigative saranno confermate, bisognerà comprendere se ci troviamo di fronte a una dinamica nella quale la debolezza percepita della vittima e il bisogno di affermazione all’interno del gruppo si sono incontrati, producendo una violenza che ha progressivamente perso ogni rapporto con l’eventuale motivo iniziale”. 

Un ulteriore elemento, ancora da verificare, riguarderebbe alcune dichiarazioni attribuite al minorenne sulla convinzione di poter subire conseguenze limitate proprio in ragione dell’età. “Anche su questo bisogna evitare conclusioni premature – precisa Di Giacomo – ma, qualora fosse confermato, sarebbe un dato molto significativo. La percezione dell’impunità, anche quando è completamente distorta rispetto alla realtà giuridica, può incidere sul comportamento molto più della pena effettivamente prevista. In criminologia conta infatti non soltanto quale sanzione esista, ma quale rischio il soggetto creda concretamente di correre nel momento in cui agisce”.

“Il punto centrale – conclude il criminologo – è capire se siamo davanti soltanto a un’aggressione collettiva finita tragicamente oppure a qualcosa di più complesso: una violenza utilizzata per affermare identità, ruolo e forza all’interno di un gruppo. Se fosse così, il problema non inizierebbe quella notte e non terminerebbe con quella notte”.


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