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Carla Dal Forno – Confession: Il lato oscuro della leggerezza :: Le Recensioni di OndaRock

“Confession” si apre con la sua canzone migliore. Sorretta da una linea di basso ampia, quasi eroica, “Going Out” possiede una forza evocativa immediata; Carla dal Forno vi scivola sopra con la sua dizione immobile, affidando alle minime incrinature della voce il compito di introdurre il sospetto. Pochi elementi, disposti con esattezza, e una melodia che sembra spalancare il paesaggio proprio mentre lo rende meno ospitale.

È da qui che il disco rivela il proprio inganno. A un primo ascolto, appare quasi il lavoro più accogliente della musicista australiana: tastiere leggere, basso elastico, percussioni asciutte ma vivaci; persino la voce, un tempo schermata da una foschia post-punk, sembra essersi fatta più vicina, nitida, talvolta perfino sorridente. Dietro questa compostezza si muove però una narratrice febbrile, dal tono impassibile e dalle confessioni già deformate dal desiderio e dall’ossessione.

Il quarto album della songwriter di Melbourne è stato concepito a Castlemaine, dove si è stabilita dopo anni trascorsi in Europa, ed è stato registrato in uno studio ricavato all’interno di un ospedale dismesso. Il luogo sembra aver consegnato al disco la propria acustica mentale: isolamento, corridoi vuoti, giornate dilatate. Fra gli strumenti resta molto spazio, ma quel vuoto non pacifica nulla; diventa piuttosto una camera d’eco per pensieri che ritornano, si alterano e, a poco a poco, occupano tutto.

“Nighttime” procede con il tono piano di una filastrocca adulta: il basso in evidenza, la voce quasi narrativa, l’attenzione rivolta ai movimenti della persona desiderata fino a sfiorare una forma di vigilanza. La title track cambia passo, piegandosi a un’inflessione ska e a una leggerezza quasi puerile; il movimento circolare, però, alla lunga si assottiglia. Il contrasto con la materia ossessiva dei testi è evidente, forse persino troppo programmatico. Peggio fanno i quattro strumentali disseminati nella scaletta: miniature decorative, prive di una vera necessità. “Drip Drop”, con il suo carillon da luna park fuori stagione, lascia soprattutto l’impressione di una pausa collocata là dove sarebbe servita maggiore concentrazione.

Le canzoni vere, però, continuano ad aprire varchi. “Under The Covers” avvolge la scena domestica in una trama elettronica discreta, fatta di piccole increspature e dettagli che ne incrinano appena la serenità. “Blue Skies” torna a una coldwave nitida e volutamente rétro, mentre “I Go Back” spalanca uno scenario più fitto e sorprendente: la voce emerge da una vegetazione di tastiere, percussioni e riverberi, sottile ma ostinata, costretta a farsi largo dentro un arrangiamento quasi lussureggiante

“Confession” convince soprattutto quando dal Forno accetta la disciplina della forma-canzone; molto meno quando si rifugia nelle proprie miniature o quando la ripetizione, come in “Gave You Up”, perde il potere ipnotico e si irrigidisce in una cantilena legnosa. È un disco da prendere a grappoli, scegliendo i frutti migliori: non sempre compatto, non sempre necessario, ma capace nei momenti più riusciti di lasciare un sapore preciso e persistente.

27/07/2026


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